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La vita dopo gli attentati? Uno tsunami di pensieri confusi 

E’ estate. Una delle più calde ed afose che io ricordi. Sulla spiaggia intorno a me si rincorrono una schiera di piccoli angeli, paffutelli, innocenti ed aperti alla vita ed ai suoi numerosi regali: respirare, giocare, sorridere, amare. 

Eppure, al piacevole soffio della brezza marina, la mia mente si scuote.  Non posso fare a meno di pensare, mentre li osservo sorridere spensierati e godersi la pace del mare, che ogni giorno un animale crudele, annidato in angoli di mondo, spegne la luce di tanti angeli. Siamo bene e male insieme, siamo paradiso ed inferno racchiusi in un corpo che spesso è dominato dall’egoismo.  


Osservo il mare e cerco di lasciare andare i pensieri, che si rincorrono come le onde per infrangersi nella mia mente con una violenza tale da far venire male alla testa. Mi piacerebbe pensare che almeno per un giorno, per una sola ora, la malvagità se ne fosse andata in vacanza e non facesse più ritorno in questo mondo. Poi, basta uno sparo, una bomba o il rombo di un camion impazzito a interrompere quel piccolo attimo di pace tra una speranza e un sussulto.

Siamo esseri fragili. Soprattutto nell’animo. Il male è un batterio che si infila tra gli spazi della mente e si diffonde fino a possederla completamente. Basta un attimo e trasforma l’uomo, creatura meravigliosa, in una falciatrice di vite. Perché? 

I pensieri scorrono veloci nella mia testa. Mi domando più volte “Dio mio, perché lo permetti?”. La fede vacilla per un istante. Saremo ancora in grado di credere nella vita? Poi penso ai miei nonni, che hanno affrontato e superato due guerre mondiali. Erano piccoli e spaventati,allora come oggi, ma con una sola differenza: il nemico prima aveva una identità precisa ed era facile da abbattere. Oggi, chi è il nemico? Che panni veste? Straniero o connazionale? Il batterio del male si è congiunto a quello del dubbio e insieme sono inarrestabili. Noi proviamo ad essere più forti. 

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