
Educare all’affettività significa imparare a vivere le relazioni senza violenza, senza possesso e senza ricatti emotivi, rispettando i propri limiti e quelli degli altri, ogni giorno, a casa, a scuola e online. La giornata contro la violenza di genere non è solo una data sul registro o un cartellone in corridoio: parla anche di te, delle tue storie, delle tue amicizie, delle tue relazioni.
Ogni 25 novembre si vedono scarpe rosse, post su Instagram, frasi sulla violenza sulle donne, ma il punto vero è un altro: tutto questo serve solo se ci aiuta a cambiare il modo in cui viviamo l’affetto, la gelosia, la rabbia. Educare all’affettività vuol dire imparare a riconoscere quando qualcosa ti fa stare male, capire che amare non significa controllare, e che nessuno ha il diritto di usare il tuo corpo, il tuo tempo o il tuo telefono come se fossero suoi.
Spesso gli adulti si chiedono “come educare i giovani al rispetto” e ripetono che “la violenza sulle donne si combatte partendo dalla scuola”. Ma dentro questa frase ci sei tu: quello che vedi a casa, quello che succede in classe, quello che ti scrivono in chat, tutto questo costruisce l’idea che hai dell’amore. Voglio parlarti in modo diretto di educazione all’affettività, senza teoria inutile, solo con situazioni che vivi davvero ogni giorno.
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Educare all’affettività in famiglia: ciò che vedi tra gli adulti ti resta dentro
Magari ti è capitato di pensare: “A casa mia è sempre un casino” oppure “I miei non litigano mai, ma si ignorano”. Ecco, tutto questo è già educazione all’affettività, anche se nessuno la chiama così. Quello che vedi tra gli adulti ti entra addosso: come parlano quando sono arrabbiati, se chiedono scusa, se si ascoltano o si umiliano. Se a casa tua quando c’è un conflitto partono urla, insulti, porte sbattute e silenzi che durano giorni, è facile pensare che “funzioni così”.
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Se invece vedi persone che dicono “sono arrabbiato, ma ne parliamo”, capisci che le emozioni non devono per forza diventare violenza. Educare all’affettività in famiglia significa anche permetterti di dire “non mi va”, “non mi abbracciare adesso”, “ho bisogno di spazio”, senza sentirti sbagliato. Vuol dire capire che i “no” non sono mancanza d’amore, ma confini.
E riguarda anche i ruoli: se senti ancora frasi tipo “questo è da femmina, questo è da maschio”, il messaggio è che alcune persone valgono meno o devono fare più fatica. Quando invece vedi uomini che si occupano della casa, donne che lavorano e vengono rispettate, fratelli e sorelle trattati allo stesso modo, ricevi l’idea che nelle relazioni ci si aiuta, non ci si comanda. Tutto questo è già un modo concreto di educare i giovani al rispetto e prevenire la violenza di genere.
Educare all’affettività a scuola: non solo il 25 novembre
Forse ogni anno, per la giornata contro la violenza di genere, la tua scuola organizza qualcosa: film, letture, testi sul femminicidio, panchine rosse in cortile. Sono momenti importanti, ma non bastano se il giorno dopo torna tutto come prima. Educare all’affettività a scuola significa parlare di rispetto, consenso, stereotipi, relazioni tossiche anche quando non c’è una ricorrenza.
A scuola non vivi solo lezioni: vivi le prime cotte, le gelosie tra amici, le esclusioni dal gruppo, le prese in giro sul corpo, sulla sessualità, sull’orientamento. E sono proprio queste cose che, se nessuno le affronta, possono diventare terreno per forme di violenza sulle donne e di violenza di genere in generale.

Quando un prof o un’educatrice prova ad aprire questi temi, non lo fa per giudicarti, ma per darti parole e strumenti. Lì dentro ci stanno domande vere: come capire se una relazione è sana, come riconoscere un controllo mascherato da “amore”, cosa fare se un amico o un’amica vive una situazione di paura.
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Si dice spesso che “la violenza sulle donne si combatte partendo dalla scuola” proprio perché è nella classe che impari a guardare l’altro non come un oggetto, ma come una persona che merita rispetto, indipendentemente da come si veste, da chi ama, da come si definisce. La educazione all’affettività a scuola, se è fatta bene e con continuità, ti aiuta a non sentirti solo quando vivi emozioni forti e a capire che chiedere aiuto non è debolezza, ma una forma di forza.
Social, chat e relazioni: educare all’affettività anche online
Oggi una parte enorme delle tue relazioni passa da WhatsApp, Instagram, TikTok, Snapchat. Non è “mondo finto”: è vita vera, con vere emozioni. Per questo educare all’affettività vuol dire anche parlare di come ci si tratta online. Qui entrano in gioco cose delicate: richieste di foto intime, screen condivisi senza permesso, pressioni per rispondere subito ai messaggi, controllo su “con chi parli”, “perché hai messo like a quella persona”.
A volte queste cose vengono vendute come “è perché ci tengo”, ma in realtà sono segnali di relazione tossica. Se qualcuno ti minaccia con frasi tipo “se mi lasci pubblico le nostre foto” o “se non mi mandi quello che ti chiedo è perché non mi ami”, questa non è gelosia romantica, è violenza.
Educare all’affettività online significa capire che il tuo corpo, la tua immagine, le tue chat ti appartengono, e che il consenso non è un sì detto una volta per sempre. Hai il diritto di cambiare idea, di cancellare, di bloccare, di proteggerti. Allo stesso tempo, significa anche chiederti come ti comporti tu con gli altri: condividi qualcosa che può farli vergognare, li prendi in giro sul fisico, fai girare voci o contenuti senza pensarci? La educazione all’affettività sui social è il contrario del “tanto è solo uno scherzo”: è rendersi conto che un commento può restare nella testa di una persona per anni. E che tu puoi scegliere di non essere parte della violenza, ma parte del rispetto.
Dalla giornata contro la violenza di genere alle tue scelte quotidiane
Arrivati qui, forse la domanda è: “Ok, ma io cosa posso fare davvero?”. In realtà molto più di quanto pensi. La giornata contro la violenza di genere può essere per te non solo un cartellone in corridoio, ma un promemoria per guardare meglio le tue relazioni, le tue parole, i tuoi silenzi.

Educare all’affettività non è solo un compito degli adulti: passa anche da come parli con gli amici, da come ti comporti quando senti una battuta sessista, omofoba o violenta, da cosa accetti o rifiuti in una relazione. Non sei “esagerato” se ti dà fastidio essere controllato, se ti fa male una gelosia che diventa sospetto continuo, se ti pesa una pressione a fare cose che non vuoi.
Dire “no” è un modo di voler bene prima di tutto a te stesso. Se qualcosa ti fa paura o ti confonde, chiedere aiuto a un adulto di cui ti fidi, a uno sportello d’ascolto a scuola o a un servizio sul territorio non è un fallimento: è un modo per spezzare una catena che, se nessuno interviene, può arrivare anche alla violenza sulle donne e alla violenza di genere in generale.
Ogni volta che scegli il rispetto al posto del possesso, l’ascolto al posto del giudizio, il consenso al posto della pressione, stai già facendo la tua parte per cambiare le cose. E allora la educazione all’affettività smette di essere una parola complicata e diventa proprio questo: il modo concreto in cui decidi, ogni giorno, che nelle tue relazioni la violenza non è la normalità.

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!



