
Si dice che a fare del bene si guadagna il Paradiso. Questo è quello che mi ha sempre detto mia nonna materna, Ida, ed io, allora una bambina spugna, ho assorbito questo “mantra” facendone un mio stile di vita. Però, nel corso degli anni ho compreso che non sempre a fare del bene gratuito si riceve qualcosa in cambio. Attenzione, non parlo di soldi o di gloria, quanto almeno di un grazie per esserci stata.
La verità è che oggi sembra quasi “strano” essere gentili. Un gesto buono viene guardato con sospetto, come se dietro ci fosse sempre un secondo fine. Siamo immersi in una realtà anaffettiva, dove dire “grazie” è diventato opzionale, quasi una perdita di tempo. Le persone si sentono in diritto di ricevere senza dare nulla indietro, nemmeno una parola di cortesia.
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I valori sono cambiati
I valori sono cambiati. Siamo passati da un mondo dove la solidarietà era normale a uno dove l’egoismo è diventato la regola. Basta guardarsi intorno: tutti di fretta, sempre con il telefono in mano, sempre pronti a giudicare ma mai a tendere una mano. Essere gentili non è più “di moda”. Oggi è più trendy fare la battuta cattiva, lanciare il commento velenoso sui social, ignorare chi ha bisogno.
E a volte la cattiveria è gratuita. Non serve nemmeno un motivo. È come se certe persone trovassero gusto nel ferire, nel mettere in imbarazzo, nel farti sentire sbagliato anche quando stai solo cercando di fare del bene. È un atteggiamento che si è normalizzato, quasi fosse un linguaggio universale della nostra epoca: più sei duro, più sembri forte.
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La fragilità, la tenerezza, l’empatia sono diventate qualità da nascondere. Se mostri sensibilità, vieni etichettato come ingenuo, debole, “fuori dal mondo”. Eppure, se ci pensi, è proprio questo il paradosso: più ci vantiamo di essere “moderni” e liberi, più sembriamo incapaci di gestire i sentimenti veri.
Forse il problema nasce anche dall’idea, ormai diffusa, che tutto debba avere un tornaconto immediato. Se aiuto qualcuno, allora devo ottenere qualcosa. Se faccio un favore, esigo riconoscenza eterna. Se dico una parola gentile, mi aspetto applausi. Questa mentalità trasforma ogni gesto buono in una transazione: io do, ma solo se tu mi restituisci.
La cattiveria come moda
La nonna Ida, invece, diceva sempre che “chi fa del bene non lo dice, lo fa e basta”. E io ci credo ancora. Anche se spesso ho avuto la sensazione di dare più di quanto ricevo. Anche se, a volte, mi sono sentita usata. Perché non ti nascondo che succede: ci sono persone che prendono, prendono sempre, e non si fermano mai a chiedere come stai. Ti vedono come una risorsa, non come una persona.
Eppure, nonostante tutto, continuo a pensare che fare del bene, senza calcoli, abbia senso. Forse non porta al Paradiso – quello si deve guadagnare con ben altro– ma rende questo mondo un po’ meno brutto.
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Il problema è che oggi sembra esserci una “moda” della cattiveria. Non so se hai notato: basta aprire i social. C’è sempre qualcuno pronto a criticare, a offendere, a ridicolizzare. Lo chiamano “ironia”, ma in realtà è solo cattiveria mascherata. Fa figo essere taglienti, essere “senza peli sulla lingua”, dire la verità in faccia. Peccato che, spesso, quella verità sia solo un pretesto per essere crudeli.
E allora mi chiedo: quando è successo che la gentilezza è diventata un difetto? Quando abbiamo deciso che chi è disponibile e altruista è solo un “fesso”?
La realtà anaffettiva di oggi
Forse perché viviamo in una società che premia l’apparenza più della sostanza. Se sei aggressivo, se urli, se ti imponi, allora sei considerato forte, sicuro di te, vincente. Se sei calmo, educato, empatico, allora sei visto come uno che non sa stare al passo. È un messaggio che passa ovunque: nei programmi TV, nei reality, persino nel lavoro.
Eppure, se ci fermiamo un secondo a pensarci, cosa ci lascia tutta questa durezza? Relazioni superficiali, amicizie usa e getta, famiglie dove non si parla, coppie che si esauriscono al primo problema.
La verità è che ci stiamo disabituando all’affetto vero. Non sappiamo più chiedere scusa. Non sappiamo più ringraziare. Non sappiamo più dire “ti voglio bene” senza imbarazzo. Ci nascondiamo dietro meme, frasi fatte, faccine sorridenti, ma in fondo siamo più soli che mai.
E allora il bene diventa rivoluzionario. Sì, proprio così: rivoluzionario. Perché va controcorrente. In un mondo dove tutti urlano, tu prova a parlare piano. In un mondo che corre, fermati ad ascoltare. In un mondo che giudica, prova a capire.
La gentilezza come atto rivoluzionario
Forse non ti diranno grazie. Forse ti prenderanno in giro. Ma sai che c’è? Non importa. Perché il bene vero non ha bisogno di spettatori.
Ricordo ancora una volta in cui aiutai una collega in difficoltà. Le dedicai tempo, energie, ascolto. Lei neanche un messaggio di ringraziamento. Niente. Per un attimo mi sono sentita stupida. Poi ho capito: il problema non ero io. Il problema era lei, incapace di riconoscere l’aiuto. E, in fondo, io avevo agito secondo i miei valori, non secondo i suoi.
Questo mi ha insegnato una cosa: quando fai del bene, fallo per te, non per gli altri. Fallo perché è quello in cui credi, non perché ti aspetti qualcosa in cambio. È l’unico modo per non restare delusi.
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E comunque, anche se sembra che la cattiveria domini, io continuo a credere che esistano persone buone. Magari silenziose, magari invisibili, ma ci sono. Non fanno rumore, non appaiono nei titoli dei giornali, ma ogni giorno rendono questo mondo un po’ più vivibile.
Forse non cambieremo la società intera, ma possiamo cambiare il nostro piccolo pezzo di mondo. Possiamo insegnare ai nostri figli a dire grazie. Possiamo sorridere a uno sconosciuto. Possiamo evitare il commento velenoso. Possiamo essere gentili, anche se non va di moda.
Perché, alla fine, il bene non è mai sprecato. Anche quando sembra cadere nel vuoto, lascia tracce. Magari non le vediamo subito, ma ci sono.
E allora sì, continuerò a fare del bene, anche senza applausi. Perché come diceva Madre Teresa di Calcutta:
“Fai il bene, comunque. Troverai spesso ingratitudine, ma fa’ il bene lo stesso. Alla fine, non è mai stato tra te e loro: è tra te e Dio.”

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!



