
Il turismo dell’assenza è un modo di viaggiare che cerca luoghi in cui il programma si svuota invece di riempirsi. Niente lista di attrazioni da spuntare, nessuna corsa tra musei, ristoranti, belvedere e “posti imperdibili”. Si parte per trovare meno: meno rumore, meno folla, meno notifiche, meno cose da fare. E, paradossalmente, proprio quel vuoto finisce per lasciare più spazio a ciò che durante l’anno fatichiamo perfino a sentire.
Nel 2026 questa idea è uscita dalla nicchia ed è diventata una tendenza riconoscibile. Non coincide del tutto con il digital detox e neppure con lo slow tourism, anche se con entrambi condivide qualcosa. Il turismo dell’assenza non chiede necessariamente di spegnere il telefono né di trasformare ogni viaggio in un percorso di consapevolezza. Chiede soprattutto di rinunciare all’idea che una vacanza abbia valore soltanto se è piena.
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Perché cerchiamo posti dove non succede niente
Nel tempo, abbiamo raccontato il viaggio come accumulo, nel senso che più cose vediamo, più il viaggio sembra riuscito. Fotografiamo, salviamo indirizzi, confrontiamo recensioni e costruiamo itinerari che assomigliano, a volte, a un secondo lavoro. Il risultato è che torniamo a casa stanchi e con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo.
Il turismo dell’assenza ribalta questa logica. In un piccolo borgo dove dopo cena non c’è quasi nulla, su un’isola fuori stagione, in una casa immersa nella campagna o in un rifugio dove la connessione funziona male, il tempo torna improvvisamente visibile. Non dobbiamo più difenderlo da mille proposte; possiamo sprecarlo, almeno secondo i criteri con cui siamo abituati a misurare la produttività.
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Camminiamo senza sapere cosa fotografare o restiamo seduti davanti a un panorama più del necessario, ci accorgiamo del rumore del vento, di una conversazione, della luce che cambia. Il luogo smette di essere uno sfondo e torna a essere un’esperienza da vivere a trecentosessanta gradi.
Turismo dell’assenza e benessere mentale
La ricerca sul digital detox tourism e sulla cosiddetta attention restoration suggerisce che ambienti meno saturi di stimoli possono favorire il recupero dell’attenzione e una sensazione di benessere. Uno studio pubblicato nel 2026 su Frontiers in Psychology, condotto su cinquecento partecipanti, ha osservato effetti positivi della disconnessione digitale mediati dalla percezione dell’ambiente come rigenerante e dalla mindfulness.
Questo non significa che basti prenotare una baita per risolvere stress, stanchezza o sovraccarico mentale. Sarebbe una semplificazione. Vuol dire, però, che il modo in cui costruiamo il viaggio può incidere sulla qualità dell’esperienza. Se ogni minuto libero viene riempito, il cervello continua a funzionare con la stessa logica quotidiana che avevamo promesso di lasciare a casa.
Anche gli studi sullo slow tourism insistono su aspetti simili: tempi flessibili, rapporto più profondo con il luogo, contatto con le comunità locali e possibilità di vivere il momento senza trasformarlo subito in contenuto.
Quando il nulla diventa parte del viaggio
Dire “qui non c’è niente da fare” di solito suona come una bocciatura turistica. Per il turismo dell’assenza può diventare quasi una promessa. Naturalmente, non si parla di territori privi di identità, servizi o bellezza. Si parla di luoghi che non chiedono continuamente al visitatore di consumare qualcosa.
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Un paese con un bar, una piazza e poche strade può offrire molto più tempo di una capitale con cinquanta attrazioni. Una spiaggia senza stabilimenti può diventare il posto in cui finalmente leggiamo cinquanta pagine senza controllare il telefono. Un sentiero che non porta a un monumento può restituire alla camminata il suo significato più semplice: andare.
In questi viaggi anche la noia cambia valore. All’inizio irrita, perché siamo poco allenati a non avere alternative immediate. Poi apre uno spazio. Iniziamo a osservare meglio, a parlare di più con chi viaggia con noi o, se siamo soli, a stare con noi stessi.

Dove fare turismo dell’assenza
Non esiste una mappa ufficiale; il turismo dell’assenza può esistere in una zona rurale dell’Appennino, su un’isola mediterranea in bassa stagione, in un monastero, in una casa nel bosco o perfino in un quartiere tranquillo di una città che decidiamo di attraversare senza agenda.
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La destinazione conta, ma conta soprattutto il modo in cui la abitiamo. Possiamo arrivare nel borgo più silenzioso d’Italia e trascorrere il tempo cercando continuamente cose da vedere, oppure, possiamo fermarci due giorni nello stesso posto, tornare nello stesso bar, percorrere la stessa strada e iniziare finalmente a riconoscere le persone, gli odori, i ritmi.
Il turismo dell’assenza non è fuga dal mondo
C’è un equivoco da evitare: cercare il vuoto non significa disprezzare le città, la cultura, gli eventi o la socialità. Non è nemmeno una forma superiore di turismo. È una risposta possibile a un’epoca in cui siamo continuamente raggiungibili, informati, sollecitati e invitati a fare qualcosa.
Alle volte, i luoghi dove sembra non esserci niente da fare ci restano addosso più di quelli in cui abbiamo visto tutto. Non ci consegnano un ricordo già confezionato. Ci costringono a produrne uno nostro. E, alla fine, il turismo dell’assenza cos’è, davvero? È un viaggio in cui smettiamo di domandarci come riempire il tempo e iniziamo a chiederci come lo stiamo vivendo.
Non torniamo necessariamente con cento fotografie o con una lista di indirizzi da consigliare, rientriamo a casa con qualcosa di più difficile da mostrare: la sensazione di aver abitato per qualche giorno uno spazio, invece di averlo attraversato.

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!
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