
Qualche sera fa ero davanti a uno di quei tramonti che sembrano fatti apposta per metterci in difficoltà. Cielo rosa, mare quasi immobile, luce perfetta. Una di quelle scene in cui, teoricamente, dovresti semplicemente stare lì. Invece, ho fatto quello che probabilmente avremmo fatto in molti. Ho preso il telefono. Prima foto. No, troppo scura. Seconda foto. Meglio. Poi un piccolo video, perché il movimento del mare rende di più.
A quel punto il passaggio successivo era praticamente obbligatorio: Instagram. Storia. Foto o video? Video. Musica? Certo che sì. Ma quale? Quella troppo romantica no, sembra che abbia appena chiuso una relazione. Quella allegra neppure, non c’entra niente. Troviamo qualcosa di elegante. E mentre ero impegnata nella postproduzione del tramonto — che nel frattempo, dettaglio trascurabile, continuava a tramontare — mi è venuta una domanda: ma io questo tramonto lo sto guardando o lo sto producendo?
Non ho cancellato Instagram. Sono ancora lì. Pubblico fotografie, guardo storie, metto like. E probabilmente continuerò a farlo. Però quella domanda mi è rimasta. Perché forse il punto non è stabilire se Instagram faccia bene o male. Il punto interessante è un altro.
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Quando abbiamo smesso di fare cose senza pensare, almeno per un secondo, a come potremmo raccontarle?
Perché sentiamo il bisogno di pubblicare tutto su Instagram? Probabilmente perché condividere è diventato parte del modo in cui raccontiamo chi siamo, conserviamo ricordi e cerchiamo il contatto con gli altri. Il problema non è pubblicare una fotografia. È quando iniziamo a vivere un’esperienza pensando già a come apparirà online. A quel punto il confine tra vivere qualcosa e produrla per essere vista diventa molto più sottile.
Una volta facevamo cose che non sapeva nessuno
Non voglio partire con il nostalgico “quanto si stava bene prima dei social”. Anche perché prima dei social avevamo altri problemi e, soprattutto, non potevamo sapere dove fosse finita quella persona conosciuta in vacanza nel 1998. Una tragedia che Instagram ha brillantemente risolto. Però una differenza c’era. Una quantità enorme della nostra vita non veniva documentata. Andavamo a cena e mangiavamo.
Partivamo e tornavamo con fotografie che, nella maggior parte dei casi, vedevano cinque persone. Compravi un vestito nuovo e poteva succedere una cosa oggi quasi rivoluzionaria: lo indossavi. Non necessariamente lo fotografavi davanti allo specchio.
Andavi a un concerto e guardavi il concerto. Magari scattavi qualche foto pessima con una macchina fotografica altrettanto pessima, ma difficilmente trascorrevi metà della tua canzone preferita osservando il cantante attraverso uno schermo mentre il cantante vero era a venti metri da te.
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E soprattutto poteva succedere qualcosa di bellissimo senza che quasi nessuno lo sapesse. Non era segretezza. Era semplicemente vita privata. Oggi questa possibilità esiste ancora, naturalmente. Nessuno ci obbliga a pubblicare. Ed è proprio questo che rende la questione interessante. Perché molto spesso vogliamo farlo.
Il momento esatto in cui la vita è diventata contenuto
Credo sia successo lentamente. Talmente lentamente che non ce ne siamo accorti. A un certo punto siamo passati da:
“Che posto bellissimo”
a:
“Che posto bellissimo da fotografare”.
Sembrano quasi la stessa frase. Non lo sono. Nella seconda compare uno spettatore. Anzi, ne compaiono potenzialmente centinaia. La cosa curiosa è che non stiamo necessariamente fingendo. Quel ristorante ci piace davvero. Siamo davvero felici di essere partiti. Quel vestito ci piace. Quella persona la amiamo.

Quell’allenamento lo abbiamo fatto sul serio, compresi gli ultimi tre squat durante i quali abbiamo rivalutato l’intero concetto di fitness. Ma contemporaneamente succede qualcosa. Mentre viviamo l’esperienza, una piccola parte della nostra testa si sposta fuori dalla scena e la osserva.
Come starebbe in una storia? Potrei farci un reel? Aspetta, non mangiate ancora. Questa frase meriterebbe uno studio sociologico tutto suo.
“Non mangiate ancora.”
Perché bisogna fotografare il tavolo. E improvvisamente quattro persone affamate aspettano immobili davanti a una pizza fumante perché qualcuno deve immortalare l’esistenza della pizza. Poi finalmente si mangia. La pizza nel frattempo è tiepida, ma Internet sa che abbiamo cenato bene. Possiamo stare tranquilli.
Persone che non vediamo da dieci anni ma di cui sappiamo tutto
C’è poi uno degli aspetti più strani di Instagram: la quantità di informazioni che possediamo su persone che, nella nostra vita reale, praticamente non esistono. Pensiamoci. Abbiamo tutti qualcuno così. Un’ex compagna di scuola che non vediamo dal 2009. Un collega di un lavoro lasciato dodici anni fa. Un ragazzo conosciuto durante una vacanza. L’amica di un’amica. Quella persona incontrata tre volte che, per ragioni ormai impossibili da ricostruire, abbiamo iniziato a seguire.
Non ci telefoniamo. Non ci scriviamo. Probabilmente, incontrandoci per strada, dopo i primi trenta secondi di entusiasmo avremmo seri problemi a trovare un argomento di conversazione. Eppure sappiamo tutto. Sappiamo che è stata a Mykonos. Che ha ristrutturato la cucina.
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Che sua figlia ha iniziato la scuola. Che ha cambiato taglio di capelli. Che ieri sera ha mangiato sushi. In alcuni casi sappiamo persino che è andata dal dentista. Una quantità di informazioni impressionante per una persona alla quale non chiederemmo mai spontaneamente:
“Come va?”
Instagram crea così una categoria relazionale piuttosto nuova: persone assenti dalla nostra vita ma presenti nella nostra testa. Uno degli effetti più curiosi è che questa presenza può farci credere di essere ancora in contatto.
“Ah sì, Laura, la sento.”
La senti?
“No, vabbè, la seguo.”
Che non è esattamente la stessa cosa. Vedere qualcuno preparare il cappuccino ogni mattina non significa avere ancora una relazione con quella persona. Forse dovremmo cominciare a distinguere tra le persone che fanno parte della nostra vita e quelle delle quali conosciamo semplicemente le stories.
La FOMO nasce anche dalle vite che non avremmo mai conosciuto
Immaginiamo una domenica. Sono sul divano. Ho un libro. Fuori piove. Non devo fare niente. Una domenica meravigliosa. Poi apro Instagram. Errore. Una persona è alle Maldive. Una sta facendo brunch in un posto in cui persino l’avocado sembra avere un patrimonio personale.
Un’altra ha corso 18 chilometri. Una coppia è a Parigi. Qualcuno ha comprato casa. E naturalmente c’è lei. Quella che alle 7:12 ha già fatto yoga, bevuto acqua e limone, preparato pancakes proteici, scritto tre pagine di diario e probabilmente risolto un trauma generazionale.
Sono ancora sul divano. Il divano che fino a quattro minuti fa mi sembrava il luogo più bello del mondo comincia improvvisamente ad avere l’aspetto di una sconfitta. Perché Instagram può provocare FOMO? Perché non ci mostra semplicemente quello che fanno gli altri: ci mette continuamente davanti alle alternative alla vita che stiamo vivendo in quel momento. Una giornata normale finisce così per essere confrontata con decine di momenti selezionati delle vite altrui.
Prima il confronto aveva confini più piccoli.Sapevamo cosa facevano gli amici, i colleghi, i parenti, i vicini.Oggi, aprendo un’app, possiamo confrontare una normale domenica pomeriggio con cento domeniche accuratamente selezionate. Il dettaglio importante è proprio questo: selezionate.
Nessuno pubblica ventisette minuti trascorsi a cercare il telecomando. Nessuno crea un photo dump dal titolo “marzo” con la fotografia della lavatrice da svuotare. Vediamo frammenti. Ma il nostro cervello tende facilmente a trasformare i frammenti in vite intere. Ed ecco che la nostra vita completa viene confrontata con il meglio montato delle vite altrui. Una gara leggermente truccata in partenza.
Se non lo pubblico, è successo davvero?
Qui arriviamo alla domanda che trovo più scomoda. Perché pubblichiamo tutto sui social? Naturalmente non esiste una sola risposta. Condividiamo perché ci piace comunicare. Per conservare ricordi. Per sentirci parte di qualcosa. Per raccontare chi siamo. Per ricevere una reazione. Per lavoro. Per abitudine. E sì, qualche volta anche per essere visti. Non credo ci sia nulla di scandaloso nell’ammetterlo.
Gli esseri umani hanno sempre cercato approvazione. Instagram non ha inventato il desiderio di essere guardati. Gli ha semplicemente dato statistiche molto precise. Visualizzazioni. Like. Follower. Commenti. Persone raggiunte. Adesso persino la nostra popolarità ha un pannello di controllo.
Il punto diventa interessante quando la condivisione smette di arrivare dopo l’esperienza e comincia a modificarla durante. Pensiamo alle vacanze. Scegliamo un vestito pensando alla fotografia? Cerchiamo il tavolo più bello? Aspettiamo che tutti i bicchieri siano sistemati?
Facciamo tre volte la stessa passeggiata perché il reel non è venuto bene? Non significa necessariamente che siamo diventati falsi. Forse significa qualcosa di più sottile. Abbiamo interiorizzato il pubblico. Non serve nemmeno avere il telefono in mano. Sappiamo già come una scena potrebbe apparire agli altri.
Cos’è l’oversharing sui social?
L’oversharing è la tendenza a condividere online una quantità molto ampia di informazioni personali: emozioni, relazioni, famiglia, luoghi frequentati e dettagli della vita quotidiana. Il confine, però, non dipende soltanto da quanto pubblichiamo. Conta anche quanto siamo consapevoli di ciò che stiamo rendendo pubblico e del motivo per cui lo facciamo.
Viaggi.
Regali.
Litigi.
Fiori ricevuti.
Fiori non ricevuti.
Allenamenti.
Cene.
Figli.
Relazioni.
Persino il dolore.
Le stories enigmatiche, poi, sono un genere letterario autonomo.
Sfondo nero.
“Prima o poi tutto torna.”
Nessuna spiegazione.
Ventisette persone che scrivono immediatamente:
“Tutto bene?”
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Missione compiuta. Ma torniamo alla domanda. Se passiamo una giornata bellissima e non pubblichiamo nulla, quella felicità ci sembra altrettanto completa? Se la risposta è sì, perfetto. Se esitiamo anche solo un secondo, forse vale la pena capire perché.
Il lusso nuovo potrebbe essere diventare invisibili
Per molti anni abbiamo associato la visibilità a qualcosa di desiderabile. Essere visti. Essere seguiti. Essere riconosciuti. Avere pubblico. Persino persone che non lavorano con i social hanno imparato a pensare alla propria vita attraverso una specie di micro-personal branding involontario.
E se adesso il vero lusso fosse il contrario? Essere invisibili ogni tanto. Non nel senso di sparire dal mondo. Nel senso di fare qualcosa che il mondo non saprà. Partire e non pubblicare dove siamo.

Andare in un ristorante meraviglioso e lasciare che l’unica prova della cena sia il conto, che purtroppo arriva sempre. Allenarsi senza registrare calorie, chilometri e selfie post-workout. Comprare qualcosa e non mostrarlo. Vivere una relazione senza trasformarne ogni anniversario in un comunicato stampa. Avere una giornata bellissima di cui Internet non possiede nessuna fotografia.
C’è qualcosa di sorprendentemente intimo in questa possibilità. Forse perché per anni abbiamo interpretato la privacy soprattutto come protezione.
“Non pubblicare questo.”
“Attenzione ai dati.”
“Non dire dove abiti.”
Tutto giusto. Ma esiste un’altra forma di privacy. Non quella delle cose che dobbiamo nascondere. Quella delle cose che scegliamo di tenere per noi. Un ricordo può essere privato semplicemente perché ci piace che lo sia. Non perché sia segreto.
Ma quindi dobbiamo cancellare Instagram?
No. Almeno, io non ho intenzione di farlo. E credo che ridurre tutto alla domanda “Instagram fa male?” sia poco utile. Per qualcuno cancellare Instagram o prendersi una pausa può essere liberatorio. Per altri sarebbe inutile. Instagram può essere divertente. Può farci trovare idee. Può farci conoscere persone. Può essere uno strumento professionale enorme. Può permettere a un piccolo progetto di trovare pubblico.
E sì, può anche essere semplicemente il posto dove guardiamo video di cani alle undici di sera. Non tutto deve avere una spiegazione filosofica. Il problema, forse, comincia quando Instagram smette di essere un posto in cui entriamo e diventa uno spettatore che portiamo con noi. Per questo non credo serva necessariamente cancellare Instagram per stare meglio.
Potremmo iniziare con qualcosa di molto meno drammatico. Fare una cosa bella. E non pubblicarla. Niente annuncio. Niente: “Mi prendo qualche giorno per riconnettermi con me stessa.” Perché annunciare sui social che ci stiamo disconnettendo dai social rimane una delle meravigliose contraddizioni del nostro tempo. Niente detox digitale ufficiale. Semplicemente una cena. Una passeggiata. Un tramonto. Un viaggio. Un momento felice. E nessuno online lo saprà.
Cosa succede quando smettiamo di pubblicare su Instagram, anche solo per qualche giorno? In molti casi non succede nulla di clamoroso. Ed è proprio questo il punto: la vita continua anche senza essere documentata. Possiamo accorgerci che alcune esperienze conservano lo stesso valore — e forse acquistano persino maggiore intimità — quando non hanno un pubblico. Gli amici veri continuano a sapere come stiamo. Le cose belle continuano a essere belle. E magari ci accorgiamo che non avere spettatori, qualche volta, è incredibilmente riposante.
Forse non tutto deve diventare una storia
Continuo a fotografare. Continuo a pubblicare. E probabilmente davanti al prossimo tramonto particolarmente bello tirerò fuori di nuovo il telefono. Non sono improvvisamente diventata quella persona spiritualmente superiore che contempla l’orizzonte mentre tutti gli altri sono schiavi dell’algoritmo. Magari. Però adesso ogni tanto provo a fare una cosa diversa. Scatto la fotografia. Poi metto via il telefono. Oppure non scatto nemmeno quella. E rimango lì.
Perché c’è una differenza sottile tra ricordare qualcosa e documentare di averla vissuta. Tra condividere una gioia e aver bisogno che venga vista. Tra conservare un momento e trasformarlo in contenuto. Forse dovremmo recuperare un po’ di quella vita che non produce prove. Tra dieci anni difficilmente ricorderemo quante visualizzazioni aveva la storia di quella sera.
Probabilmente ricorderemo chi era seduto davanti a noi. Una battuta. Il sapore di qualcosa. La strada fatta tornando a casa. Una canzone. Una risata assurda che nella fotografia non si vede. E magari scopriremo che alcuni dei ricordi più preziosi sono proprio quelli che non abbiamo mai sottoposto al giudizio di nessuno. Quelli che non hanno ricevuto cuori. Non hanno avuto visualizzazioni. Non sono entrati in nessun photo dump. Sono successi. E basta. Forse alcune cose diventano davvero nostre proprio quando smettiamo di mostrarle.
Domande frequenti su Instagram e vita privata
Perché sentiamo il bisogno di pubblicare tutto sui social?
Condividere ci permette di raccontare chi siamo, conservare ricordi, mantenere relazioni e ricevere approvazione. Il problema può nascere quando iniziamo a pensare a come mostrare un’esperienza ancora prima di averla vissuta davvero.
Cosa succede quando smettiamo di pubblicare su Instagram?
Possiamo recuperare una dimensione più privata delle esperienze e ridurre la sensazione di dover continuamente raccontare ciò che facciamo. Non significa necessariamente smettere di usare Instagram.
Instagram fa male?
Instagram non fa necessariamente male. Molto dipende da come lo utilizziamo, dal tempo che gli dedichiamo e da quanto il confronto con ciò che vediamo influenza la percezione della nostra vita.
Perché Instagram provoca FOMO?
Instagram può aumentare la FOMO perché ci espone continuamente a esperienze, viaggi, successi e momenti felici degli altri. La nostra vita quotidiana rischia così di essere confrontata con una selezione dei momenti migliori delle vite altrui.
Cos’è l’oversharing sui social?
L’oversharing è la condivisione eccessiva di informazioni personali online. Può riguardare emozioni, relazioni, famiglia, luoghi frequentati o dettagli della quotidianità che normalmente apparterrebbero alla sfera privata.

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!
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