
“Cambiare la vita: ecco ciò che le donne devono fare”, la frase di Simone de Beauvoir conserva ancora oggi una forza particolare, perché cambiare vita dovrebbe essere possibile a ogni età, e invece per molte donne esiste ancora una soglia invisibile, oltre la quale il futuro sembra restringersi.
Il modo in cui raccontiamo l’età delle donne è frutto di un “difetto generazionale”- che si tramanda di padre in figlio- secondo il quale una donna, arrivata ad “una certa età” ha concluso il suo ruolo procreativo e inizia a smettere di “funzionare”. Una visione depauperante e del tutto infondata, se guardiamo alla forza delle donne in ogni ambito della vita, da quello familiare a quello lavorativo.
Viviamo nel Paese più anziano dell’Unione europea: secondo Eurostat, al 1° gennaio 2025 l’età mediana in Italia era di 49,1 anni, contro i 44,9 della media europea. Eppure, continuiamo a comportarci come se il futuro appartenesse quasi esclusivamente ai ventenni e ai trentenni.
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Quando l’esperienza smette di essere considerata un valore
A cinquant’anni una donna può avere davanti ancora quindici o vent’anni di lavoro, ma spesso deve ricominciare a dimostrare una cosa che a trent’anni sembrava scontata: di avere ancora un futuro. È questo, più dell’invecchiamento in sé, che mi colpisce, perché cinquant’anni oggi non coincidono affatto con la conclusione di una vita professionale– al contrario, è un’età che coincide con il momento in cui si possiedono più competenze, più esperienza e anche una maggiore consapevolezza di ciò che si sa fare. Basta guardare il linguaggio del lavoro per accorgersi di quanto sia ancora legato alla giovinezza: gli annunci richiedono persone “dinamiche”, “fresche”, “giovani”, “ad alto potenziale”. Come se quest’ultimo fosse una sostanza che a una certa età evapora.
Il lavoro chiede di restare più a lungo, ma continua a preferire i giovani
Mi domando: da quando abbiamo deciso che adattabilità sia sinonimo di giovinezza? Il paradosso diventa ancora più evidente se guardiamo ai numeri. Nel 2025 l’Italia aveva il più basso tasso di occupazione femminile dell’Unione europea nella fascia 20-64 anni: 58%, contro il 71,3% della media europea. Anche il divario tra occupazione maschile e femminile era il più ampio dell’Unione: 19,1 punti percentuali. Non stiamo, quindi, parlando di donne che arrivano ai cinquant’anni dopo aver corso tutte sulla “stessa pista” degli uomini. Molte ci arrivano dopo carriere interrotte, part-time, maternità, periodi dedicati alla cura e rinunce professionali accumulate negli anni. Eppure, le donne sono ancora lì, forti, nonostante le “ammaccature” della vita e pronte a ricominciare. Poi, proprio quando l’esperienza dovrebbe diventare una risorsa, può trasformarsi in un problema.
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Nel 2024 le donne occupavano appena il 27,9% delle posizioni manageriali italiane, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Eurostat mostra inoltre un dato interessante: a livello europeo le donne sono il 39% dei manager sotto i quarant’anni, ma la quota scende al 34,4% tra i 40 e i 64 anni. Non significa che ogni donna venga discriminata dopo una certa età, però, rivela che, andando avanti con gli anni, la loro presenza ai vertici non aumenta insieme all’esperienza, come sarebbe ragionevole aspettarsi.
Donne over 50: fuori dal racconto, non dalla vita
La letteratura scientifica parla da tempo di questo incrocio tra sessismo e “ageismo”, un neologismo dei nostri tempi per evidenziare come il sesso femminile sia discriminato anche dal punto di vista dell’età. Una vasta revisione pubblicata sull’International Journal of Management Reviews ha analizzato centinaia di studi sulle donne di mezza età e più anziane nel lavoro facendo emergere stereotipi sulla presunta perdita di competenza, minori opportunità professionali e la tendenza a considerare alcune lavoratrici già in una fase di “uscita”, anche quando non lo sono affatto.
Chi l’ha deciso? Le donne, sebbene vadano incontro all’età fisiologica della menopausa, non perdono affatto le proprie competenze acquisite, spesso a “caro prezzo” nel tempo. Dunque, è palese che questa idea della donna “in uscita” sia del tutto assurda da accettare.
A cinquant’anni si può cambiare mestiere, non solo, ma si può anche tornare a studiare, imparando un programma nuovo, fondando un’impresa, iniziando una seconda carriera, affrontando un concorso. E ci sono donne che a cinquant’anni pubblicano libri di successo o si lanciano in avventure che a trent’anni non avevano il coraggio, o il tempo, di fare.

Il circo dell’assurdo, invece, applaude alla donna che cambia vita a trenta anni, perché, in fondo, sta solo costruendo il suo futuro, additando invece la donna cinquantenne come colei che “si rimette in gioco”. È una differenza linguistica apparentemente piccola, ma nel primo caso, il futuro le appartiene naturalmente, nell’altro sembra che quasi debba chiedere il permesso di rientrare in partita dopo un’espulsione necessaria.
Anche il modo in cui raccontiamo il corpo femminile la dice molto lunga in merito alla discriminazione gratuita delle donne. Infatti, superata una certa soglia, il discorso pubblico tende a restringersi attorno a menopausa, rughe, dimagrimento, capelli bianchi, anti-age. Ma perché una donna di cinquantacinque anni viene raccontata così spesso attraverso ciò che il suo corpo sta perdendo e così raramente attraverso ciò che la sua esperienza ha costruito?
La parità non può avere una data di scadenza
Susan Sontag aveva individuato già negli anni Settanta un doppio standard dell’invecchiamento: l’età tende a sottrarre valore sociale alle donne molto più rapidamente che agli uomini. In Italia il paradosso diventa sempre più ridicolo: siamo il Paese con l’età mediana più alta dell’Unione europea: 49,1 anni. In vent’anni la nostra popolazione è invecchiata in modo significativo e quasi l’8% degli italiani ha ormai almeno ottant’anni. Possiamo davvero permetterci di costruire una società e un mercato del lavoro che associano continuamente innovazione, formazione e futuro alla giovinezza? La questione delle donne over 50 riguarda l’idea che abbiamo del valore delle persone, in quanto, chiediamo di lavorare più a lungo, dobbiamo anche accettare che una carriera possa avere una seconda parte.
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Se diciamo che la formazione dura tutta la vita, dobbiamo smettere di guardare con stupore chi decide di ricominciare a cinquant’anni. E se parliamo seriamente di parità di genere, non possiamo occuparci delle donne soltanto quando sono giovani, madri o all’inizio della carriera. Una donna non smette di avere ambizioni perché compie cinquant’anni, non è meno donna o meno brillante di quando aveva trent’anni. C’è questa abitudine, ormai obsoleta, di considerare la vita come una linea in cui prima si cresce, poi si arriva e, infine, si comincia lentamente a sparire. Nella vita reale la situazione è ben più imprevedibile per il semplice fatto che, qualche volta, il lavoro migliore arriva dopo i cinquanta, un progetto vincente nasce tardi o si ha voglia di ricominciare proprio quando gli altri pensavano che avessimo già dato tutto.
In un Paese che ha quasi cinquant’anni di età mediana, dovremmo averlo capito prima degli altri che il futuro non ha un limite d’età. E non dovrebbe averlo soprattutto per le donne…

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!
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