
Piccole modifiche, sempre più frequenti. Ma cosa ci spinge a non riconoscerci più nel nostro volto?
Lo chiamano “l’esercito del selfie perfetto”. Tutte uguali, tutte filtrate, tutte con le stesse facce. Labbra pronunciate, naso dritto e all’insù, espressione da vamp. Impeccabili, almeno in apparenza.
Sempre più adolescenti — e spesso anche preadolescenti — iniziano a fare uso di filler e, nei casi più estremi, addirittura di Botox. Lo fanno per sentirsi parte di qualcosa, per essere accettate, per “funzionare” in una società che cambia forma ogni giorno, ma che pretende uniformità.
C’è un disagio profondo dietro tutto questo. Non si tratta solo di estetica, ma di identità. Di una generazione che fatica a riconoscersi se non attraverso un filtro. E sì, la dismorfia corporea è una vera e propria patologia. Una forma di dolore sottile, silenzioso, che parte dallo specchio e finisce dentro. Non è solo una fissazione per un difetto, ma una percezione distorta e sofferta di sé stessi.
Va bene il ritocchino se aiuta a vedersi meglio, certo. Ma con equilibrio, con criterio, con consapevolezza. Perché il rischio è grande: una volta che si comincia a correggere, è difficile fermarsi. Si entra in un meccanismo che porta a non riconoscersi più. A sentirsi sempre sbagliati. Sempre da aggiustare.
E allora forse vale la pena fare una pausa. Guardarsi davvero. Chiedersi: chi sto cercando di diventare? E cosa sto perdendo di me in questo processo?
Ti guardi allo specchio e qualcosa stona. Le labbra sembrano troppo sottili. Il naso ha una curva che non ti convince. Ma è davvero il volto a non andare? O c’è qualcosa di più profondo?
In molti casi, il disagio ha un nome: dismorfia corporea, o disturbo da dismorfismo corporeo.
Viviamo in un’epoca dove modificare l’aspetto è semplice. Ma cambiare il viso non risolve sempre quello che ci pesa dentro. Allora vale la pena chiedersi: perché non ci accettiamo più?
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Non accettarsi: quando inizia il malessere
Il disturbo da dismorfismo corporeo porta a percepire difetti fisici minimi o inesistenti come gravi e intollerabili. Si può vivere così anche per anni, in silenzio, cercando soluzioni estetiche senza affrontare il problema alla radice.
Secondo la psicologa Chiara Pizzimenti, “chi vive con dismorfia corporea non riesce a vedere il volto reale, ma un difetto che cresce ogni giorno”. Il disagio spesso inizia in adolescenza, ma può restare anche in età adulta.
Tutti uguali, tutti diversi
Perché molte persone vogliono le stesse labbra, lo stesso naso, lo stesso volto? Il bisogno di somigliare a un modello può derivare proprio dalla dismorfia corporea, che porta a sentirsi “sbagliati” rispetto a uno standard ideale.
L’omologazione estetica rassicura, ma rischia di spegnere l’identità. La domanda vera è: piacersi o essere accettati dagli altri?

Naso dritto, labbra gonfie: cosa cerchiamo davvero?
Chi vive con disturbo da dismorfismo corporeo tende a cercare soluzioni rapide. Un filler, un rinofiller, un piccolo intervento. Ma spesso, dopo il primo ritocco, ne segue un altro.
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“Molti pazienti non chiedono un miglioramento, ma una fuga dall’insicurezza”, spiega la psicoterapeuta Silvia Montagna. La dismorfia corporea rende difficile accettarsi, anche dopo cambiamenti evidenti.
La spirale del ritocco: la dismorfia corporea
Modificarsi può diventare un’abitudine, un riflesso condizionato. Chi soffre di disturbo da dismorfismo corporeo non si ferma mai davvero. La percezione distorta di sé spinge a cercare un volto sempre più lontano da quello originale.
Il problema non è il ritocco in sé, ma la motivazione dietro. Il filler può essere uno strumento. Ma se è usato per colmare un vuoto emotivo, rischia di alimentarlo.
I numeri parlano chiaro: aumentano i ritocchi “selvaggi”
In Italia, la medicina estetica coinvolge 7,3 milioni di persone. Il 90% sono donne, ma sempre più uomini si avvicinano. La fascia più coinvolta? I 25-34enni, seguiti dagli under 25.
Molti di questi casi sono legati a forme leggere o non diagnosticate di dismorfia corporea. Il filler labbra costa tra 250 e 400 euro ogni 4-6 mesi; un rinofiller circa 350 euro. Alcuni adolescenti arrivano a spendere anche 100 euro al mese per “tenersi a posto”.
Quando si smette: il corpo reale e il confronto con sé
Nel film La morte ti fa bella, le protagoniste rincorrono l’eterna giovinezza con pozioni miracolose, rifiutando il tempo che passa. Ma dietro l’ironia, c’è una verità amara: il ritorno al proprio corpo naturale, dopo anni di interventi, può essere vissuto come un crollo.
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Smettere di fare filler e trattamenti estetici, per chi vive con dismorfia corporea, non è mai solo una scelta estetica. È uno scossone identitario. Le labbra si sgonfiano, il naso torna alla sua forma originale, le linee d’espressione riaffiorano. Il viso naturale può apparire “sbagliato”, quasi estraneo.
Chi aveva trovato sicurezza in quei piccoli cambiamenti ora si sente vulnerabile. Alcuni provano vergogna, evitano gli specchi, o si isolano socialmente. Il confronto con la versione ritoccata — quella dei selfie, delle foto “prima” — può generare ansia, tristezza, persino rabbia.
La psicologa Silvia Montagna osserva: “Smettere i trattamenti senza un lavoro interiore è come togliere un trucco troppo marcato: resta una pelle che non si riconosce più”. Nel disturbo da dismorfismo corporeo, questo passaggio può peggiorare i sintomi: insicurezza estrema, pensieri ossessivi, senso di perdita.
Ma fermarsi può anche diventare un atto di cura. Serve tempo per accettare quel volto autentico e costruire una nuova relazione con sé stessi. Perché accettare i segni del tempo non è sconfitta, è consapevolezza.

Come si affronta la dismorfia corporea?
Non con la chirurgia, ma con un percorso di consapevolezza. Il disturbo da dismorfismo corporeo può essere trattato con la psicoterapia, in particolare con approcci cognitivi.
La psicoterapeuta Laura Ramoni lo dice chiaramente: “Accettare le proprie imperfezioni è un atto di libertà, non di rassegnazione”. Capire da dove nasce il disagio è il primo passo per spezzare il circolo vizioso della dismorfia corporea.
Lo specchio mente?
Lo specchio riflette solo un’immagine, ma non racconta la storia che ci portiamo dentro. Quante volte cambiamo qualcosa per sentirci “normali”? Quante volte cerchiamo di cancellare chi siamo per apparire migliori?
Il disturbo da dismorfismo corporeo è invisibile, ma incide profondamente sulla qualità della vita. Prima di cambiare il volto, forse serve cambiare sguardo.
“Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo.”
— Anaïs Nin

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!
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