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Cosmeticorexia: quando prendersi cura della pelle diventa troppo

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Che cosa ci è successo? Ci stiamo ossessionando guardandoci allo specchio: voglio labbra più carnose, guance più sollevate, occhi meno gonfi e cadenti…E ogni giorno troviamo un difetto sui nostri volti. C’è stato un tempo, nemmeno così lontano, in cui la skincare consisteva più o meno nel lavarsi il viso, mettere una crema e, se proprio volevamo sentirci particolarmente diligenti, ricordarci di struccarci prima di andare a dormire.

Oggi basta aprire TikTok o Instagram per avere la sensazione che tutto questo non sia più sufficiente. Mi dispiace dirlo, ma i social media ci hanno rovinato. Sono la vera causa del nostro decadimento cognitivo e soprattutto sono la degenerazione della nostra autostima. Ma torniamo al vero argomento dell’articolo che vi sto scrivendo: la cosmeticorexia. Il termine è stato coniato dal dermatologo italiano Giovanni Damiani (direttore del Centro di medicina di precisione e infiammazione cronica dell’Università Statale di Milano) insieme allo psicologo Alberto Stefana (dell’Istituto Superiore di Sanità). Che cosa vuol dire? Continuate a leggere e scoprirete tutto.

Ci sono detergenti oleosi e detergenti schiumogeni, tonici, essenze, sieri, retinolo, vitamina C, acido ialuronico, niacinamide, peptidi, esfolianti, creme per il contorno occhi e naturalmente la protezione solare, sulla cui importanza non c’è nulla da discutere. Poi arrivano i dispositivi LED, i massaggiatori, le maschere, i cerotti, gli strumenti per il viso e quelle routine serali talmente articolate che, guardandole, viene quasi da chiedersi a che ora bisogna cominciare per riuscire ad andare a letto entro mezzanotte.

Prendersi cura della propria pelle non è certo qualcosa di negativo e, anzi, una buona routine può essere utile, piacevole e perfettamente sana. Il punto è capire quando abbiamo cominciato a pensare che una pelle normale, con pori, piccole rughe, discromie, qualche brufolo e inevitabili cambiamenti legati all’età, fosse qualcosa da correggere continuamente. È proprio dentro questa trasformazione che negli ultimi anni è comparsa una parola sempre più utilizzata: cosmeticorexia. E a soffrirne, il dato è allarmante, ne sono sempre più adolescenti, ma anche over 50 che non accettano il tempo che passa con quella leggerezza necessaria per vivere felicemente il proprio aspetto.

Un termine forte, forse persino provocatorio, che non dovrebbe essere utilizzato con leggerezza come se rappresentasse automaticamente una diagnosi, ma che descrive bene una domanda molto contemporanea: quando la cura di sé smette di farci stare meglio e comincia a farci sentire continuamente insufficienti?

Cosmeticorexia: cosa significa davvero?

La parola cosmeticorexia viene utilizzata per descrivere un rapporto eccessivo o ossessivo con cosmetici, skincare, trattamenti estetici e ricerca della perfezione dell’aspetto. Non indica semplicemente una persona che ama comprare creme o che dedica attenzione alla propria pelle, perché altrimenti una passione per il beauty diventerebbe automaticamente un problema. Il confine è più sottile e riguarda soprattutto il modo in cui viviamo questa attenzione.

Possiamo prenderci cura della pelle perché ci piace, perché vogliamo proteggerla dal sole, perché abbiamo un problema dermatologico o semplicemente perché quei dieci minuti davanti allo specchio rappresentano un momento piacevole della giornata. Diverso è guardarsi continuamente alla ricerca di qualcosa da correggere, acquistare prodotti perché abbiamo paura di invecchiare, preoccuparsi per una ruga che prima non avevamo neppure notato oppure iniziare a considerare ogni caratteristica normale della pelle come un difetto.

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La stessa parola, quindi, va maneggiata con attenzione: cosmeticorexia non significa automaticamente disturbo psicologico e non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima etichetta da social applicata a chiunque possieda troppi sieri in bagno. Ci aiuta, però, a osservare un fenomeno reale: il rapporto con la bellezza sta diventando sempre più precoce, complesso e, in alcuni casi, ansioso.

Quando la skincare è diventata così complicata?

Se guardiamo qualche pubblicità di cosmetici di trenta o quarant’anni fa, la differenza è evidente. Esistevano naturalmente creme anti-età, prodotti per l’acne, detergenti, maschere e trattamenti di ogni genere, quindi sarebbe sbagliato immaginare un passato nel quale nessuno si preoccupava del proprio aspetto. La pressione estetica sulle donne, semmai, esiste da molto prima dei social. Sono cambiate le battenti e continue informazioni che riceviamo e soprattutto la frequenza con cui osserviamo il nostro viso. Una volta ci guardavamo allo specchio.

Oggi ci guardiamo anche nella fotocamera frontale, nelle fotografie, nelle videochiamate, nelle Stories, nei Reel e nei selfie, spesso confrontando inconsapevolmente il nostro volto reale con immagini filtrate, illuminate, ritoccate oppure semplicemente scattate nelle condizioni migliori. Nel frattempo abbiamo imparato un vocabolario che fino a pochi anni fa apparteneva soprattutto agli addetti ai lavori.

cosmeticorexia come guarire
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Sappiamo cos’è il retinolo, parliamo di barriera cutanea, distinguiamo gli acidi, conosciamo percentuali e principi attivi, discutiamo di collagene e ceramidi. In parte è un fatto positivo: un consumatore più informato può fare scelte migliori.

Il problema comincia quando l’informazione produce l’effetto contrario e ci convince che per avere una pelle accettabile servano necessariamente dieci prodotti, una routine diversa per ogni giorno della settimana e un controllo costante di qualsiasi cambiamento. Noi non siamo dermatologi, né possiamo avere la presunzione di eguagliarli o superarli. Bisogna sempre affidarsi alle cure e ai consigli di un esperto che sicuramente ci aprirà gli occhi su quelle “assurde fissazioni” che ci facciamo venire ogni volta che guardiamo il profilo della influencer di turno.

La pelle perfetta non esiste, ma sui social sembra di sì

Provate a osservare un viso da vicino, nella vita reale. Vedrete i pori, poi farà capolino qualche piccolo capillare, e- perché no- anche una macchia o una zona più secca. Tutte abbiamo delle piccole imperfezioni. Nessuna esclusa. La pelle umana è fatta così. Poi aprite Instagram. E improvvisamente la texture sembra scomparire.

La luce diventa uniforme, il contorno del viso perfetto, le occhiaie quasi inesistenti e la pelle assume quella superficie liscia che nella realtà incontriamo molto più raramente. Non prendiamoci in giro da sole. Sappiamo tutti che esistono filtri e ritocchi, eppure sapere razionalmente che un’immagine è modificata non significa necessariamente essere immuni dal confronto.

Il problema diventa ancora più evidente quando a confrontarsi con queste immagini sono adolescenti e preadolescenti che stanno costruendo proprio in quel momento la propria percezione del corpo e del volto. Se vediamo continuamente una pelle senza pori, a un certo punto potremmo cominciare a pensare che il problema siano i nostri pori, non l’immagine che stiamo guardando. Ed è un ribaltamento enorme. Come hanno dichiarato gli esperti  Giovanni Damiani e Alberto Stefania sulla rivista Dermatology and Therapy “La tendenza alla cosmeticorexia è rinforzata culturalmente attraverso la medicalizzazione della bellezza e dalle piattaforme social che promuovono modelli estetici sempre più difficili da raggiungere”,

Cosmeticorexia e giovanissime: perché una bambina dovrebbe preoccuparsi delle rughe?

Negli ultimi anni si è parlato molto delle cosiddette Sephora Kids, espressione nata sui social per indicare bambine e ragazzine molto giovani interessate a prodotti skincare, cosmetici e routine elaborate, talvolta costruite attorno ad attivi pensati per esigenze che la loro pelle semplicemente non ha. Una moda che ben presto si è trasformata in un fenomeno sociale molto rilevante da attirare anche l’attenzione delle autorità. Nel marzo 2026 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Sephora Italia e Benefit Cosmetics Italia proprio in relazione alle modalità di promozione di prodotti cosmetici verso consumatori molto giovani.

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Questo non significa che una ragazzina non debba utilizzare prodotti per la pelle e neppure che entrare in una profumeria sia improvvisamente qualcosa di preoccupante. Perché una bambina dovrebbe sentire di avere bisogno di prodotti anti-age? Qui il discorso cambia completamente, perché non stiamo più parlando soltanto di cosmetica ma del modo in cui viene costruita l’idea di bellezza.

Se a dodici anni cominciamo già a pensare che dobbiamo prevenire l’invecchiamento, quale rapporto avremo con il nostro viso a trenta, quaranta o cinquanta? Non voglio nemmeno immaginarlo, anche se oggi, guardatevi bene in giro, ci sono ragazzine di 14 anni già con il filler alle labbra e con quelle esagerate “bocche a papera” che hanno copiato dai loro idoli social, o peggio, dalle proprie mamme…ma questa è un’altra storia.

TikTok ci ha insegnato a prenderci cura della pelle oppure a controllarla continuamente?

Sarebbe facile dare tutta la colpa a TikTok. E sarebbe anche troppo semplice. I social hanno diffuso moltissime informazioni utili sulla skincare, hanno contribuito a rendere più comune l’uso della protezione solare e hanno permesso a dermatologi e professionisti di raggiungere persone che probabilmente non avrebbero mai cercato spontaneamente certe informazioni. Allo stesso tempo, però, TikTok possiede una caratteristica particolare: trasforma molto facilmente un’abitudine in una performance.

In questa nostra società consumistica e sempre più accelerata non basta più applicare una crema, ma bisogna mostrare la routine. Non basta avere tre prodotti. Arriva lo skincare haul. Non basta avere una pelle sana. Bisogna ottenere la glass skin, la pelle luminosa e levigata diventata uno degli ideali estetici più riconoscibili degli ultimi anni. E così via…

Poi arriva un nuovo ingrediente, un nuovo dispositivo, un nuovo trattamento e improvvisamente quello che avevamo comprato tre mesi prima sembra già vecchio. È il meccanismo perfetto per un mercato che vive anche della continua novità, ma non necessariamente per la nostra tranquillità davanti allo specchio.

Il problema potrebbe non essere comprare troppo, ma guardarsi troppo

Quando parliamo di ossessione per la skincare, viene spontaneo concentrarsi sulla quantità di prodotti: quante creme e sieri possiedi? Quanto spendi?Domande legittime, ma non raccontano tutto quello che si nasconde dietro quegli acquisti compulsivi in profumeria. Una persona può avere un cassetto pieno di cosmetici semplicemente perché ama provarli, così come qualcuno può avere cinquanta rossetti senza pensare che il proprio viso abbia qualcosa che non va. La vera domanda da farsi è: come ti senti quando non li utilizzi?

Se saltare una routine produce ansia, se ogni imperfezione diventa qualcosa da correggere immediatamente, se controlliamo continuamente il viso ingrandendolo sul telefono oppure se un piccolo cambiamento della pelle condiziona il modo in cui ci sentiamo per tutta la giornata, allora il numero delle confezioni sul mobile del bagno diventa quasi secondario. Il punto non è più il prodotto. È lo sguardo.

Anti-age: ma a quale età dovremmo iniziare ad avere paura dell’età?

C’è una parola che il settore cosmetico utilizza da decenni e che oggi mi sembra particolarmente interessante: anti-age, ovvero contro l’età. Se ci pensiamo letteralmente è un’espressione piuttosto strana, perché l’età non è una malattia e soprattutto non esiste un’alternativa particolarmente desiderabile al continuare ad averne una. Naturalmente sappiamo cosa significa davvero: prodotti destinati a contrastare o attenuare alcuni segni dell’invecchiamento cutaneo. Il problema non è la crema. È il messaggio che può costruirsi intorno. Se una donna di cinquanta anni vuole utilizzare un trattamento per migliorare l’aspetto della propria pelle, non c’è niente di sbagliato; allo stesso modo non c’è niente di moralmente superiore nel decidere di non farlo.

La libertà sta proprio nella possibilità di scegliere. Quello che dovrebbe farci riflettere è vedere la paura di invecchiare spostarsi sempre più indietro, fino a coinvolgere persone che dell’invecchiamento cutaneo non mostrano ancora praticamente alcun segno.

Quando una ragazza di diciassette anni parla di prevenire le rughe come se fossero dietro l’angolo, forse non abbiamo più soltanto una nuova generazione molto informata sulla skincare. Forse abbiamo anche una generazione che sta imparando molto presto ad avere paura del tempo.

Prendersi cura della pelle o cercare continuamente qualcosa che non va?

Qui arriviamo al confine più difficile. Perché la skincare può essere realmente una forma di cura di sé. La sera ci strucchiamo, laviamo il viso, mettiamo una crema e per qualche minuto ci occupiamo di noi. Non c’è necessariamente superficialità in questo gesto e non credo nemmeno che dobbiamo trasformare ogni piacere estetico in una battaglia culturale.

Possiamo volerci bene e voler migliorare il nostro aspetto contemporaneamente, cos’ come possiamo accettare di avere quarant’anni e preferire comunque una pelle più luminosa. Possiamo sentirci sicure di noi e amare il make-up. Le cose non si escludono. Il problema nasce quando non esiste più un punto di arrivo. Eliminiamo un’imperfezione e ne troviamo un’altra. Miglioriamo la texture e cominciamo a osservare le macchie.

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Riduciamo le macchie e notiamo una linea sulla fronte. La linea si attenua e improvvisamente ci sembra che il contorno del viso non sia più quello di prima. È una rincorsa che, per definizione, non possiamo vincere, perché mentre cerchiamo di fermare ogni cambiamento il nostro corpo continua a fare quello che ha sempre fatto. Cambiare.

Quando una routine è diventata abbastanza?

Forse dovremmo recuperare una parola che nel mondo della bellezza utilizziamo poco: abbastanza. Una crema può essere abbastanza. Una pelle sana può essere abbastanza. Una routine semplice può essere abbastanza. Non dobbiamo necessariamente utilizzare tutto ciò che esiste soltanto perché qualcuno ci spiega che potrebbe migliorare qualcosa.

Questo non significa rinunciare alla skincare o ignorare la dermatologia, anzi, quando esistono problemi reali della pelle la persona più indicata a cui chiedere consiglio rimane un professionista qualificato, non un video di trenta secondi visto mentre stavamo scorrendo il telefono. Significa semplicemente ricordare che non tutto ciò che può essere migliorato deve necessariamente essere migliorato. È una distinzione piccola, ma cambia completamente il rapporto con lo specchio.

Tre domande da farsi prima di comprare l’ennesimo prodotto

Non credo serva una lista di venti regole per capire se stiamo esagerando, perché finiremmo per trasformare anche la semplicità in un’altra routine da seguire. Mi farei soltanto tre domande. La prima è: ho davvero un’esigenza che questo prodotto dovrebbe risolvere oppure l’ho scoperta guardando il video che me lo sta vendendo? La seconda: possiedo già qualcosa che svolge la stessa funzione? La terza è forse la più importante: questo prodotto mi fa sentire meglio oppure mi sta convincendo che prima avevo qualcosa che non andava?

Non sono domande scientifiche e non pretendono di diagnosticare nulla. Servono semplicemente a rimettere una piccola distanza tra noi e l’acquisto. Perché qualche volta non abbiamo bisogno di un altro siero. Abbiamo solo bisogno di smettere di guardare la nostra pelle con lo zoom.

Cosmeticorexia: quando è il caso di fermarsi e chiedere aiuto

C’è però una parte che non va banalizzata. Se la preoccupazione per il proprio aspetto diventa intensa, occupa molto tempo della giornata, porta a evitare situazioni sociali, genera forte ansia oppure spinge verso comportamenti ripetitivi e difficili da controllare, non ha molto senso cercare una diagnosi su TikTok o attribuirsi da soli un’etichetta.

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La cosmeticorexia non va utilizzata come diagnosi fai-da-te. Una forte preoccupazione per difetti percepiti nell’aspetto può avere cause diverse e, quando produce sofferenza, merita di essere affrontata con un professionista. È importante dirlo perché il web ha sviluppato una curiosa tendenza a trasformare termini psicologici e medici in identità da riconoscere attraverso cinque segnali elencati in un Reel. La salute è un po’ più complicata di così.

Forse non dobbiamo smettere di prenderci cura della pelle, ma ricominciare a considerarla normale

Alla fine credo che il punto sia tutto qui. Non dobbiamo dichiarare guerra alla skincare, buttare le creme, smettere di truccarci o convincerci che desiderare di apparire meglio sia necessariamente sintomo di insicurezza. La cosmetica è una delle passioni di noi donne e da sempre amiamo divertirci con i prodotti di bellezza, spesso le creme ci aiutano ad attenuare una macchia, a migliorare l’idratazione e combatterne la secchezza tipica dell’avanzare dell’età. Eppure, dobbiamo recuperare quella capacità di discernere una pelle curata da una pelle impossibile. La prima esiste. La seconda la incontriamo soprattutto sugli schermi. Ha una luce perfetta, non possiede pori, non si stanca, non invecchia e non si sveglia mai dopo aver dormito quattro ore.

E’ del tutto normale non essere sempre impeccabili e avere qualche zona più lucida, un’altra più secca. Oddio, siamo umani! Non siamo statue, né robot! La prossima volta che apriamo la fotocamera frontale e notiamo improvvisamente una ruga, una macchia o una piccola imperfezione che cinque minuti prima non stavamo neppure pensando di avere, forse potremmo evitare di correre immediatamente a cercare il prodotto che dovrebbe cancellarla.Dovremmo ricordarci che un viso non è un progetto che deve essere continuamente corretto. È un viso.

E magari la skincare torna a essere molto più piacevole proprio quando smettiamo di chiederle di renderlo perfetto.

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