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Il volto perfetto dell’AI: e se stessimo dimenticando come siamo fatti davvero?

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Qualche giorno fa mi sono fermata a guardare una di quelle immagini generate con l’intelligenza artificiale che ormai incontriamo continuamente sui social e, per qualche secondo, non ho pensato affatto al fatto che fosse artificiale. Ho guardato semplicemente la donna ritratta. Era bellissima, naturalmente.

Pelle luminosa, occhi grandi ma non troppo, labbra piene nella misura giusta, zigomi definiti, capelli perfetti e quella particolare simmetria del viso che non appare abbastanza innaturale da farci pensare immediatamente a un’immagine falsa, ma nemmeno abbastanza reale da farci trovare qualcosa che stoni. Ed è stato proprio questo a incuriosirmi. Non c’era niente che stonasse.

Nessuna piccola asimmetria, nessuna macchia, nessun poro particolarmente evidente, nessuna ruga messa nel posto sbagliato, nessun capello ribelle, nessuna di quelle caratteristiche minuscole che probabilmente non noteremmo nemmeno guardando una persona davanti a noi, ma che nel loro insieme rendono un volto umano riconoscibile. Era un viso perfetto.

E improvvisamente mi sono chiesta se il problema delle immagini create dall’intelligenza artificiale non sia soltanto capire quando sono false. Forse dovremmo cominciare a domandarci anche cosa succede quando diventano il nostro nuovo termine di paragone per ciò che è vero.

Il volto perfetto dell’AI non è nato con l’intelligenza artificiale

Sarebbe comodo dare tutta la colpa all’AI. Prima di Midjourney, DALL-E e degli altri generatori di immagini, però, avevamo già Photoshop; prima ancora avevamo copertine patinate, fotografie ritoccate, pubblicità costruite nei minimi dettagli e modelle illuminate in condizioni che difficilmente incontriamo alle otto del mattino davanti allo specchio del bagno.

Poi sono arrivati Instagram, Snapchat e TikTok, insieme ai filtri capaci di modificarci il volto in tempo reale. L’intelligenza artificiale non ha quindi inventato la bellezza irreale. Ha fatto qualcosa di diverso: ha reso possibile crearne quantità praticamente infinite. E vi confesso che ci sono cascata anch’io. E’ bello ritoccarsi la fronte lucida o quel viso spento a prima mattina.

Possiamo chiedere una donna di venticinque anni, una di quaranta, una ragazza con i capelli rossi, una modella mediterranea, una donna sportiva, elegante, sofisticata o apparentemente acqua e sapone, e in pochi secondi possiamo ottenere un volto che non è mai esistito. Il punto interessante è che spesso non chiediamo neppure esplicitamente: “Falla perfetta”.

Eppure il risultato tende frequentemente verso un certo tipo di perfezione: pelle uniforme, proporzioni armoniose, occhi molto espressivi, denti bianchi, capelli ordinati e un’estetica che sembra costruita mettendo insieme migliaia di immagini considerate attraenti. Il risultato non è necessariamente una bellezza impossibile. È qualcosa di forse ancora più insidioso. Una bellezza plausibile.

Perché le donne generate dall’AI sembrano assomigliarsi?

Una volta che ci fate caso diventa difficile non vederlo. Molti volti femminili generati artificialmente possiedono qualcosa in comune, anche quando cambiano capelli, colore della pelle, abbigliamento e ambientazione. C’è una certa regolarità: una pelle molto liscia, una luce morbida, occhi definiti, labbra piene, zigomi evidenti, nasi spesso piccoli e lineari.

Naturalmente non tutte le immagini AI sono così e i modelli possono generare una varietà enorme di volti, soprattutto quando ricevono istruzioni precise. Tuttavia i sistemi generativi apprendono da enormi quantità di immagini e, senza indicazioni specifiche, possono riprodurre anche gli standard estetici e i bias presenti nei dati sui quali sono stati addestrati.

In altre parole, l’intelligenza artificiale non si sveglia una mattina e decide autonomamente quale sia il volto più bello. Impara anche da noi e dalle fotografie che abbiamo prodotto, oppire dalle immagini che abbiamo pubblicato, dalle rappresentazioni della bellezza che abbiamo ripetuto per anni. E poi ce le restituisce. Solo più concentrate.

Se vediamo continuamente pelle perfetta, cosa succede quando guardiamo la nostra?

Qui il discorso si collega inevitabilmente a quello sulla cosmeticorexia. Abbiamo appena iniziato ad abituarci a una cultura nella quale la skincare può trasformarsi da gesto di cura in controllo continuo dell’aspetto e, nello stesso momento, stiamo riempiendo i nostri schermi di persone che non possiedono nemmeno una pelle vera.

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Questo crea un paradosso piuttosto curioso. Cerchiamo di far assomigliare la nostra pelle a quella di un’immagine che non ha pelle: non ha pori, non produce sebo, non dorme male, non attraversa cambiamenti ormonali. Incredibilmente sembra che non prenda il sole e che non invecchi. La donna nella immagine artificiale non ha avuto una giornata terribile e di certo non si sveglia con un brufolo proprio la mattina in cui dovrebbe essere fotografata. Eppure possiamo ritrovarci inconsapevolmente a confrontare il nostro volto con quello.

Naturalmente nessuno pensa razionalmente: “Vorrei assomigliare a una persona inesistente”. Il confronto funziona in maniera molto più sottile. Vediamo centinaia di immagini levigate e, lentamente, la normalità può cominciare a sembrarci imperfezione.

Abbiamo iniziato a guardarci con lo zoom

C’è una cosa che trovo ancora più interessante delle immagini artificiali: il modo in cui la tecnologia ha modificato il rapporto con il nostro stesso volto. Per gran parte della storia dell’umanità le persone non hanno avuto la possibilità di osservare continuamente la propria faccia. C’era lo specchio.

Poi sono arrivate le fotografie, ma bisognava svilupparle e non potevamo certo scattarne cinquanta per scegliere quella in cui il mento sembrava migliore. Oggi possiamo guardarci decine di volte al giorno. Fotocamera frontale. Selfie. Stories. Videochiamate. Zoom. Fotografie ad alta definizione.

E se una foto non ci piace, possiamo ingrandirla fino a individuare esattamente cosa non ci convince: una linea sul viso oppure quel poro evidente; quell’occhiaia o quella parte del viso che da un lato sembra leggermente diversa dall’altro. Sono tutte cose che una persona seduta davanti a noi probabilmente non noterebbe mai, perché nessuno ci osserva da tre centimetri di distanza con uno zoom digitale. Noi però possiamo farlo. E lo facciamo.

Il problema dei filtri è che a un certo punto non sembrano più filtri

I primi filtri social erano facili da riconoscere. Orecchie da cane, coroncine, colori assurdi, effetti volutamente artificiali. Nessuno guardava quell’immagine pensando che fosse la propria faccia vera. Poi i filtri sono migliorati. Hanno cominciato ad assottigliare leggermente il naso, uniformare la pelle, modificare il contorno mandibolare, sollevare gli zigomi e rendere gli occhi appena più grandi.

Non abbastanza da trasformarci in un’altra persona. Abbastanza da trasformarci in una versione leggermente migliorata di noi stessi. Ed è probabilmente questa la parte più delicata. Perché se il filtro ci facesse sembrare completamente diversi, sarebbe facile separarlo dalla realtà. Quando invece ci restituisce quello che potremmo essere “se solo…”, il confronto diventa molto più personale. Se solo avessi la pelle un po’ più liscia. Se solo il naso fosse leggermente diverso. Se solo non avessi quelle occhiaie. Se solo il viso fosse un po’ più definito. A quel punto togliere il filtro non significa semplicemente tornare alla realtà. Può sembrare quasi di tornare a una versione peggiore di noi.

La “Snapchat dysmorphia” aveva già anticipato il problema

Il fenomeno non nasce oggi. Già nel 2018 alcuni medici parlarono di “Snapchat dysmorphia” per descrivere persone che arrivavano a chiedere interventi estetici con l’obiettivo di assomigliare maggiormente alle proprie immagini filtrate.

Il termine non rappresenta una diagnosi clinica autonoma, ma raccontava un cambiamento molto interessante: fino a quel momento qualcuno poteva arrivare dal chirurgo con la fotografia di un’attrice o di una modella. Adesso poteva arrivare con la fotografia di se stesso. Solo che non era davvero se stesso. Era la versione filtrata.

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Oggi l’intelligenza artificiale aggiunge un altro livello, perché non modifica soltanto fotografie esistenti ma può creare direttamente persone inesistenti, influencer virtuali, modelle sintetiche e campagne pubblicitarie nelle quali diventa sempre più difficile capire dove finisca la fotografia e dove inizi la generazione artificiale.

Quando persino l’imperfezione viene generata apposta

C’è però un passaggio ancora più curioso. Le immagini AI stanno diventando talmente sofisticate che, per renderle realistiche, spesso chiediamo esplicitamente di aggiungere imperfezioni.

“Pelle naturale.”

“Pori visibili.”

“Piccole rughe.”

“Capelli leggermente disordinati.”

“Texture realistica.”

“Non troppo perfetta.”

Pensateci. Siamo arrivati al punto in cui dobbiamo chiedere alla macchina di sbagliare un po’ la bellezza per farla sembrare umana. E questa cosa dice moltissimo. L’imperfezione, che per anni abbiamo cercato di eliminare dalle fotografie, sta diventando una caratteristica da aggiungere artificialmente per ottenere autenticità. Una lentiggine. Una ruga. Un capello fuori posto. Un’ombra sotto gli occhi. Non sono più necessariamente difetti. Diventano prove di realtà.

Sapremo ancora riconoscere un viso vero?

Non credo che improvvisamente dimenticheremo come sono fatte le persone. Viviamo nel mondo reale, incontriamo volti reali ogni giorno e nessuna immagine sul telefono può sostituire completamente quell’esperienza. Il rischio è più sottile.

Potremmo continuare a riconoscere perfettamente un volto vero e contemporaneamente considerarlo sempre meno adeguato a essere mostrato online. Nella vita reale accettiamo la pelle, invece nella fotografia la correggiamo. Dal vivo accettiamo l’asimmetria, ma nel selfie scegliamo l’angolazione. Allo specchio vediamo le rughe. Su Instagram le attenuiamo.

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Si crea così una doppia normalità: quella nella quale viviamo e quella nella quale ci rappresentiamo. Ed è forse questo uno dei motivi per cui tante persone dicono di “venire male in foto”. Magari non vengono affatto male. Semplicemente la fotografia reale deve ormai competere con la quantità di immagini corrette che abbiamo imparato a considerare normali.

L’AI sta creando un nuovo standard di bellezza?

È ancora presto per dirlo in maniera definitiva, ma la domanda merita di essere posta. Gli standard estetici sono sempre esistiti e sono sempre cambiati. Cambiano i corpi considerati desiderabili, cambiano le sopracciglia, cambiano i capelli, cambiano le labbra, cambiano persino le parti del viso sulle quali concentriamo l’attenzione.

Ciò che distingue questa fase è però la velocità con cui un’estetica può essere prodotta e diffusa. Un’immagine generata non ha bisogno di trovare la modella perfetta, organizzare uno shooting, scegliere una location, aspettare la luce, truccare, fotografare e ritoccare. Può essere prodotta in pochi secondi. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Se questi sistemi tendono a restituirci ripetutamente determinati tratti estetici, la quantità stessa delle immagini potrebbe contribuire a rendere quei tratti ancora più familiari e desiderabili. È una specie di circuito.

Noi insegniamo alla macchina ciò che consideriamo bello. La macchina ce lo restituisce. Noi lo vediamo continuamente. E quel tipo di bellezza diventa ancora più normale.

Ma c’è anche un’altra possibilità: l’AI potrebbe allargare la bellezza invece di restringerla

Non voglio però trasformare questo articolo nell’ennesimo racconto nel quale la tecnologia è necessariamente il cattivo. Gli stessi strumenti possono fare anche l’esatto contrario. Possiamo chiedere di rappresentare donne di sessant’anni senza ringiovanirle, oppure corpi diversi, volti non simmetrici, pelle con lentiggini, capelli grigi, rughe.

Persone che raramente hanno occupato il centro delle campagne pubblicitarie tradizionali. L’intelligenza artificiale può riprodurre stereotipi, ma può anche essere utilizzata intenzionalmente per romperli.

La differenza sta nelle scelte di chi sviluppa i sistemi, di chi crea le immagini e le pubblica. E anche di chi le guarda. Perché forse dobbiamo imparare una nuova forma di educazione visiva, esattamente come abbiamo imparato a non credere automaticamente a tutto ciò che leggiamo online.

Un’immagine bella non deve necessariamente essere vera, ma dovremmo sapere quando non lo è

Non credo che ogni fotografia generata dall’AI debba essere accompagnata da un allarme rosso. L’arte ha sempre creato cose inesistenti. La pittura non ci ha mai promesso che la donna nel quadro fosse necessariamente davanti al pittore esattamente come la vediamo. La pubblicità costruisce immagini ideali da sempre.

Il problema nasce quando la distinzione tra rappresentazione e realtà diventa invisibile. Se guardo un’illustrazione, so di guardare un’interpretazione. Se guardo una fotografia, il mio cervello tende ancora ad attribuirle un rapporto particolare con la realtà.

Le immagini AI fotorealistiche si infilano proprio dentro questa fiducia. Sembrano fotografie. Ma non fotografano niente. Ed è una differenza che dovremo imparare a tenere presente sempre più spesso.

E noi, davanti allo specchio, cosa facciamo?

Forse alla fine il problema non è il volto perfetto dell’AI. È quello che facciamo dopo averlo guardato. Possiamo apprezzare un’immagine bellissima sapendo che è costruita, esattamente come possiamo guardare un dipinto senza domandarci perché la nostra pelle non assomigli a quella della Venere di Botticelli. Possiamo utilizzare un filtro per divertirci e persino preferire una nostra fotografia ritoccata.

Non credo che il rapporto sano con il proprio aspetto richieda di amare ogni singola fotografia di noi stessi o di dichiarare guerra al make-up, ai filtri e alla cosmetica. Richiede forse qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, più difficile: ricordarsi qual è il punto di partenza. La pelle ha pori. I volti sono asimmetrici. Gli occhi non hanno sempre la stessa apertura. Le rughe arrivano. Le occhiaie anche. Il sorriso modifica completamente la faccia. Una fotografia scattata male può farci sembrare diversi da come ci vediamo. E nessuna di queste cose rappresenta un errore del sistema.

Forse il nuovo lusso sarà sembrare veri

Per anni abbiamo utilizzato la tecnologia per cancellare le imperfezioni. Adesso stiamo iniziando a utilizzarla per ricrearle. È un paradosso che mi sembra raccontare perfettamente il momento in cui ci troviamo. Generiamo una donna perfetta. Poi la guardiamo. È troppo perfetta. Allora aggiungiamo una ruga, oppure una lentiggine. E ancora mettiamo un poro e qualche capello fuori posto.

Ed eccola. Adesso sembra vera. Forse dovremmo ricordarcene la prossima volta che guardiamo il nostro viso troppo da vicino e troviamo qualcosa che vorremmo cancellare. Quella piccola imperfezione che ci infastidisce potrebbe essere esattamente ciò che un generatore di immagini deve imparare ad aggiungere per convincerci che davanti a noi c’è una persona.

E mentre l’intelligenza artificiale diventa sempre più brava a imitare l’essere umano, sarebbe piuttosto ironico se fossimo noi a cominciare a fare il percorso opposto, cercando di assomigliare ai volti che una macchina ha imparato a costruire.

Forse la domanda non è più quanto può diventare realistico un volto artificiale. È un’altra.

Quanto deve diventare perfetto il nostro, prima che smettiamo di riconoscerci?

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