
Non ricordo esattamente quando abbiamo smesso di annoiarci. Probabilmente non è successo in un giorno preciso e nessuno di noi se n’è accorto. Non c’è stata una mattina in cui ci siamo svegliati pensando: bene, da oggi non guarderò mai più il soffitto mentre aspetto qualcuno, non resterò più cinque minuti seduta senza sapere cosa fare e soprattutto non permetterò mai più alla mia mente di vagare liberamente.
È successo piano piano. Prima è arrivato il cellulare, poi Internet sul cellulare, poi Facebook, Instagram, WhatsApp, TikTok, le notifiche, le chat di gruppo, le storie, i Reel e infine quella strana abitudine che ormai abbiamo quasi tutti: se si crea uno spazio vuoto di trenta secondi, lo riempiamo.
Prendiamo il telefono. Aspettiamo il caffè al bar? Telefono. Siamo in fila alla posta? Telefono. Qualcuno è andato un momento in bagno mentre siamo al ristorante? Telefono. Mancano quattro minuti all’arrivo della metropolitana? Telefono.
Eppure noi che siamo cresciuti negli anni Ottanta e Novanta di tempi morti ne avevamo parecchi. Solo che non li chiamavamo così. Erano semplicemente pezzi della giornata. E dentro quei pezzi, a pensarci oggi, facevamo un sacco di cose.
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Prima dello smartphone, per parlare con qualcuno dovevamo telefonargli davvero
C’è stato un tempo in cui chiamare un’amica richiedeva una certa dose di coraggio. Perché il telefono era fisso. E soprattutto perché non era detto che rispondesse lei. Cominciava così quella piccola roulette russa adolescenziale: componevi il numero, aspettavi e dall’altra parte poteva comparire la voce dell’amica desiderata oppure quella del padre, della madre, del fratello maggiore e, nelle famiglie particolarmente numerose, di qualche parente che non avevi mai sentito nominare.
«Pronto?»
«Buonasera, c’è Francesca?»
Altro che messaggio vocale ascoltato a velocità 2x. Bisognava presentarsi, aspettare che andassero a chiamarla e magari trascorrere quei trenta secondi interminabili sentendo rumori lontani e conversazioni familiari che non avremmo dovuto ascoltare.
Poi finalmente arrivava lei e cominciava una telefonata che poteva durare un’ora, possibilmente sedute per terra vicino al mobile del telefono perché il filo non arrivava più lontano. La privacy era un concetto piuttosto creativo. Ma forse proprio per questo parlare con qualcuno significava davvero dedicargli del tempo. Non facevamo contemporaneamente altre cinque conversazioni. Non controllavamo chi avesse visualizzato una storia mentre l’amica ci raccontava la sua. Eravamo lì.
E poi arrivarono gli squilli, il WhatsApp dei poveri
Quando il cellulare cominciò a entrare nelle nostre vite, comunicare aveva ancora un costo molto concreto. Un SMS non era qualcosa da mandare con leggerezza. Aveva un prezzo e soprattutto aveva un limite di caratteri che ci trasformò, senza saperlo, in campionesse di sintesi. Poi inventammo una soluzione ancora più economica: lo squillo. Uno squillo poteva significare tutto.
«Sono arrivata.»
«Sto pensando a te.»
«Scendi.»
«Richiamami perché io non ho credito.»
«Buonanotte.»
E naturalmente esisteva anche lo squillo fatto semplicemente per dire: ci sono. Non servivano GIF, sticker, reaction, cuori animati o fotografie. Facevamo squillare un telefono e dall’altra parte qualcuno capiva. Una forma di comunicazione talmente rudimentale che oggi sembrerebbe assurda e che, tuttavia, possedeva un linguaggio tutto suo.

Le estati in cui una coreografia poteva occuparci un pomeriggio intero
Poi arrivava l’estate. Quella lunghissima. Non l’estate di oggi che documentiamo mentre la stiamo vivendo, ma quella in cui bisognava inventarsi qualcosa da fare perché, molto semplicemente, non avevamo un dispositivo capace di intrattenerci all’infinito.
Con sorelle, cugine e amichette conosciute al mare potevamo trascorrere ore a inventare coreografie sulle canzoni del momento. Ore. Prima bisognava scegliere la canzone. Poi stabilire i passi. Poi litigare perché una voleva stare davanti. Poi ricominciare perché qualcuna andava a destra mentre tutte le altre andavano a sinistra.
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Non c’era nessun video da pubblicare. Questa è forse la cosa che oggi mi colpisce di più. Preparavamo qualcosa senza avere un pubblico. Lo facevamo perché ci divertiva farlo. Nessuna visualizzazione, nessun like, nessun algoritmo al quale dimostrare che la nostra coreografia meritasse attenzione. Al massimo c’erano genitori e parenti costretti ad assistere allo spettacolo finale dopo cena. E non potevano nemmeno scorrere oltre. Cher ricordi pazzeschi!
Lo zapping estivo era il nostro algoritmo
Nelle ore più calde, quando uscire era vietato e bisognava aspettare che il sole diventasse meno feroce, c’era la televisione. E c’era lo zapping. Non avevamo un catalogo sterminato nel quale scegliere esattamente cosa vedere. Dovevamo andare a caccia.
Un cartone era già iniziato? Pazienza. Lo guardavamo dal minuto in cui lo avevamo trovato. Finiva? Si cambiava canale. Potevamo trascorrere una mattinata saltando da un cartone animato a un telefilm, da una replica vista quindici volte a un programma del quale oggi probabilmente non sapremmo nemmeno ricordare il titolo.
L’algoritmo eravamo noi, con il telecomando in mano. E soprattutto sapevamo aspettare. Se qualcosa che ci piaceva andava in onda alle 16.30, alle 16.30 dovevamo essere davanti alla televisione. Non esisteva «lo recupero dopo». Dopo era troppo tardi.
Andare in edicola a comprare Cioè era un evento
Chi è stata adolescente tra gli anni Ottanta e Novanta probabilmente ricorda anche quel piccolo luogo delle meraviglie che era l’edicola. Prima di Internet, l’edicola era una specie di feed fisico.
Le copertine ci raccontavano chi fosse diventato famoso, chi si fosse fidanzato, quale cantante dovessimo amare quella settimana e quale nuovo test avrebbe finalmente stabilito se eravamo «timide, romantiche o irresistibili».
E poi c’era Cioè. La rivista nacque nel 1980 e diventò per generazioni di adolescenti italiane molto più di un giornale: poster, musica, storie sentimentali e soprattutto gadget trasformavano ogni uscita in un piccolo evento. (Anni 80 e 90)

D’estate il regalo allegato diventava ancora più importante. Si correva in edicola per vedere cosa fosse uscito e quell’oggetto, che oggi probabilmente giudicheremmo di scarsissimo valore, diventava immediatamente qualcosa da portare in spiaggia e mostrare alle amiche. Non ci serviva un unboxing. Lo facevamo dal vivo.
Snake: quando bastava un serpente fatto di pixel
A un certo punto il telefono cominciò anche a intrattenerci. Ma con moderazione. Molto, molto con moderazione. Snake arrivò sui Nokia alla fine degli anni Novanta: Taneli Armanto sviluppò la celebre versione per il Nokia 6110 nel 1997, lavorando su uno schermo monocromatico minuscolo. Nessuna grafica spettacolare, nessun aggiornamento quotidiano, nessun acquisto interno. Un serpente di pixel che diventava sempre più lungo. (Taneli Armanto)
E noi potevamo passarci un tempo imbarazzante. La cosa più sofisticata era battere il record precedente. Se perdevi, ricominciavi. Se perdevi ancora, ricominciavi ancora. Non arrivava una notifica a proporti un nuovo contenuto «che potrebbe piacerti». C’eravate tu, il Nokia e quel maledetto serpente che prima o poi finiva inevitabilmente contro se stesso.
Le fotografie che vedevamo quando l’estate era già finita
Ma il ricordo che più di tutti racconta la distanza tra allora e oggi, secondo me, sono le fotografie. La Kodak usa e getta.Ventiquattro o trentasei possibilità, quindi niente raffiche da cinquanta scatti per scegliere quello in cui la pancia sembrava più piatta.
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Scattavi. E non vedevi niente. Potevano trascorrere settimane prima di scoprire cosa fosse venuto fuori. A fine vacanza portavi il rullino a sviluppare e finalmente arrivava la busta con le fotografie. Era quasi una seconda estate, vissuta in differita. Naturalmente metà delle foto presentava qualche problema.

Occhi chiusi. Teste tagliate. Controluce. Un dito davanti all’obiettivo. Capelli in condizioni discutibili. Espressioni che oggi non supererebbero neanche il primo controllo della galleria fotografica. Ma non esisteva il tasto elimina. Se eri venuta male, eri venuta male. E quella foto restava. Finiva comunque nell’album, perché raccontava qualcosa che evidentemente consideravamo più importante del nostro profilo migliore: quel momento era accaduto.
Oggi possiamo scattare cento fotografie dello stesso tramonto e rischiare di non guardarne mai più nessuna. Allora ne avevamo tre e le conoscevamo quasi a memoria.
MTV e le canzoni che bisognava aspettare
Nel 1997 arrivò ufficialmente anche MTV Italia e per molti di noi la musica acquistò improvvisamente un’immagine. Il videoclip non era un contenuto da cercare quando volevamo: bisognava aspettare che passasse. (Wikipedia) Quando partiva la canzone dell’estate, però, aumentavamo il volume.
Ballavamo davanti alla televisione, imparavamo i movimenti, osservavamo vestiti e pettinature e magari aspettavamo per ore che tornasse proprio quel video.
Oggi abbiamo praticamente tutta la musica del mondo in tasca. Allora avevamo l’attesa. Non so quale delle due cose sia migliore, ma sono sicura che siano esperienze completamente diverse.
Il diario di scuola firmato dagli amici del mare
Verso la fine di agosto cominciava quella malinconia particolare che conoscevamo bene. L’estate stava finendo e con lei alcune amicizie. Non c’era la certezza di restare in contatto attraverso Instagram. Non potevamo continuare a osservarci silenziosamente per dieci anni attraverso le storie. Così tiravamo fuori il diario. Sono passati 30 anni da quelle meravigliose abitudini estive, eppure me le ricordo come se fosse successo poche ore fa. Quante grafie diverse e quanti pensieri su quei pezzi di carta, altro che bacheche virtuali!
Gli amici del mare scrivevano dediche lunghissime, frasi improbabili, promesse di amicizia eterna e dichiarazioni che terminavano quasi sempre con un categorico «non cambiare mai». Naturalmente cambiavamo tutti.Ma quelle pagine rimanevano. Avevano una grafia, un colore di penna, una cancellatura, qualche cuore disegnato male. Non erano una conversazione archiviata in un cloud: erano oggetti.
E forse per questo, quando li ritroviamo dopo trent’anni in fondo a un cassetto, riescono ancora a riportarci esattamente lì.
E se qualcuno ci piaceva davvero, gli masterizzavamo un CD
Poi arrivò l’epoca dei CD masterizzati. Creare una compilation per qualcuno richiedeva tempo. Bisognava scegliere le canzoni e soprattutto metterle nell’ordine giusto, perché l’ordine raccontava qualcosa. Quanti pasticci di compilation, ma erano stupende perché fatte con il cuore.
Un CD spedito a un’amica conosciuta durante l’estate poteva diventare un modo per tenere insieme due luoghi ormai lontani. Ogni canzone riportava a una serata, una passeggiata, una persona. Non condividevamo una playlist in cinque secondi. Costruivamo qualcosa. Scrivevamo magari i titoli a mano sulla custodia, sbagliavamo una lettera, aggiungevamo una dedica. Era imperfetto e proprio per questo era nostro.
Forse non ci manca il Nokia. Ci manca il tempo che avevamo intorno
Sarebbe facile concludere dicendo che prima dello smartphone vivevamo meglio. Non credo sia così semplice. Internet ci ha dato possibilità straordinarie. Possiamo parlare gratuitamente con qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, ascoltare qualsiasi canzone nel momento esatto in cui ci viene in mente, fotografare i nostri figli senza preoccuparci di aver terminato il rullino, ritrovare una persona conosciuta trent’anni fa e sapere in pochi secondi praticamente qualsiasi cosa.Non credo che il problema sia la tecnologia.
Forse il problema è che non abbiamo lasciato più niente vuoto. Abbiamo trasformato ogni attesa in consumo, ogni pausa in aggiornamento, ogni momento di noia in uno scroll.
E invece proprio nella noia di quelle estati nascevano coreografie improbabili, telefonate lunghissime, amicizie, compilation, diari pieni di firme e pomeriggi nei quali non succedeva assolutamente niente.
Solo che quel niente, visto da qui, sembra improvvisamente pienissimo. Forse è questo che ricordiamo davvero quando ci prende nostalgia degli anni Ottanta e Novanta. Non il telefono fisso. Non Cioè. Non Snake. Non la Kodak usa e getta.
Ci manca un tempo nel quale non sentivamo ancora il bisogno di documentare continuamente quello che stavamo facendo per convincerci che valesse la pena farlo. Eravamo in spiaggia e basta. Ballavamo e basta. Telefonavamo a un’amica e basta. Aspettavamo. Ci annoiavamo. E qualche volta guardavamo semplicemente fuori dalla finestra senza avere niente in mano. Oggi sembra quasi un gesto rivoluzionario.

Giornalista Pubblicista…“curiosa al punto giusto”. Amante dei viaggi e della cucina. Come reporter ha esordito sul quotidiano Il Roma nel novembre del 2007. Ha collaborato con testate on line come: NapoliVillage.it, Julie News, NapoliToday.it, il Mattino, HuffPost, Blasting News. E’ sempre “on the road” a caccia di verità!
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