Home » web tips » Google non ci basta più? Dove stiamo cercando le risposte nel 2026

Google non ci basta più? Dove stiamo cercando le risposte nel 2026

cerchiamo su google
Immagine generata con IA

Fino a qualche anno fa avevo un dubbio e facevo una cosa quasi senza pensarci: aprivo Google. Dove mangiare a Roma? Google. Come togliere una macchia impossibile da una camicia? Google. Quale crema scegliere, cosa vedere durante un viaggio, come risolvere un problema con WordPress, quando è nato un attore di cui improvvisamente non ricordavo più l’età? Sempre Google. Era diventato quasi un verbo. Non cercavamo qualcosa: lo “googlavamo”. Oggi, invece, mi capita sempre più spesso di accorgermi che non cerco tutte le risposte nello stesso posto.

Se voglio vedere com’è davvero un ristorante, probabilmente apro Instagram. Se devo capire come si esegue qualcosa, YouTube può essere più immediato. Se voglio sapere cosa ne pensano le persone di un prodotto, di un albergo o di un problema molto specifico, potrei finire su Reddit. Se la domanda è complicata e non ho nemmeno voglia di capire quali parole digitare, potrei formularla direttamente a ChatGPT.

E Google? E’ ancora lì. Anzi, continua a essere enorme. Solo che nel frattempo sta cambiando anche lui. Forse, allora, la domanda giusta non è “Google sta morendo?”. È una domanda che fa un bel titolo, certo, ma racconta male quello che sta succedendo. La domanda che trovo molto più interessante è un’altra: perché abbiamo iniziato a scegliere dove cercare in base al tipo di risposta che vogliamo ottenere?

Una volta cercavamo tutto su Google. Adesso non più

Pensate all’ultima volta in cui avete cercato un ristorante. Avete davvero digitato soltanto il nome su Google? Molto probabilmente, dopo aver controllato indirizzo e recensioni andrei a vedere anche Instagram. Non perché Google non abbia informazioni sufficienti. Ne ha moltissime. Ma perché voglio vedere.

Voglio capire come sono i piatti quando arrivano davvero al tavolo. Voglio guardare l’ambiente. Magari voglio vedere un Reel girato da qualcuno che c’è stato tre giorni prima. Per un viaggio potrei comportarmi ancora diversamente. Google per gli orari. Maps per capire le distanze. Instagram per vedere i posti. TikTok per farmi venire un’idea alla quale non avevo pensato. YouTube per capire come muovermi.

Reddit per leggere la risposta di quello sconosciuto che scrive: “Ci sono stato la settimana scorsa, lascia perdere quella zona e vai qui”. ChatGPT per mettere insieme tutto e chiedere: “Ho tre giorni, non voglio correre dalla mattina alla sera e odio gli itinerari con quindici attrazioni al giorno. Cosa faresti?” La ricerca non è scomparsa. Si è sparpagliata. Ed è questa, secondo me, la trasformazione più interessante.

Perché alcune domande sono diventate troppo lunghe per la vecchia ricerca

C’è un altro cambiamento che forse abbiamo sottovalutato. Stanno cambiando le nostre domande. Per anni Google ci ha praticamente educati a parlare come un motore di ricerca. Non scrivevamo:

“Vorrei trascorrere quattro giorni in una città europea a novembre, ma non vorrei spendere troppo e preferirei un posto nel quale si possa girare bene a piedi. Dove potrei andare?”

Scrivevamo:

“mete Europa novembre economiche”.

Tre o quattro parole. Via. Era quasi una lingua. Sapevamo che dall’altra parte non c’era qualcuno con cui conversare. Dovevamo fornire al motore le parole giuste e poi fare noi il resto: aprire cinque risultati, confrontarli, tornare indietro, cambiare ricerca, aprire altre schede. Con l’arrivo della ricerca conversazionale e dell’intelligenza artificiale abbiamo cominciato invece a formulare le domande in maniera molto più simile a come le penseremmo.

Google stesso sta andando in questa direzione. Nel 2026 ha integrato sempre di più AI Overviews e AI Mode nella Ricerca, permettendo di partire da una risposta e continuare con domande successive senza ricominciare ogni volta da zero. In pratica, stiamo passando da:

“dammi dei risultati”

a:

“aiutami a capire”.

La differenza sembra sottile. Per chi lavora sul web è enorme.

TikTok e Instagram sono davvero diventati motori di ricerca?

Dire che TikTok e Instagram hanno “sostituito Google” sarebbe esagerato. Però hanno conquistato una parte della ricerca che prima apparteneva quasi automaticamente ai motori tradizionali. Quella legata alla scoperta. Su Google normalmente cerco qualcosa che so già di voler trovare. Sui social può succedere il contrario. Non sapevo di volere quel ristorante finché non l’ho visto. Non stavo cercando quella destinazione, ma dopo trenta secondi di video ho aperto Maps per capire dove fosse.

Non avevo intenzione di comprare quel prodotto, ma qualcuno lo ha mostrato mentre lo utilizzava. È una ricerca che spesso comincia senza una domanda. Ed è proprio questo a renderla diversa. Poi c’è un altro elemento: i social ci mostrano una risposta attraverso una persona. Un volto. Una voce.

Una stanza. Una strada. Un piatto. A volte sarà pubblicità. A volte il video sarà costruito. A volte quella spontaneità sarà molto meno spontanea di quanto sembri. Ma la percezione è diversa. Quando qualcuno mostra qualcosa, abbiamo l’impressione di esserci già un po’ dentro. Ed è difficile ottenere la stessa sensazione da dieci link blu allineati su una pagina.

E poi c’è Reddit: vogliamo ancora sapere cosa ne pensano gli esseri umani

C’è una piccola abitudine di ricerca che trovo particolarmente significativa. Per anni molte persone hanno cercato su Google aggiungendo alla fine della query una parola: Reddit. “Migliore macchina fotografica per principianti Reddit.” “Tre giorni a Lisbona Reddit.” “Vale la pena comprare… Reddit.” Perché? Perché a volte non vogliamo la risposta più ottimizzata. Vogliamo quella di qualcuno che dice:

“Io l’ho provato e ti racconto cosa è successo.”

Naturalmente questo non significa che ciò che leggiamo in una community sia necessariamente vero. Una testimonianza personale resta una testimonianza personale. Eppure possiede qualcosa che nel web perfettamente organizzato delle guide, delle schede prodotto e degli articoli SEO rischia di diventare raro: l’esperienza.

Una persona può dirci che l’hotel ha quattro stelle ma le pareti sono sottilissime. Che quella crema sulla sua pelle non ha funzionato. Che quella spiaggia fotografata alle sette del mattino diventa impraticabile alle undici. Sono dettagli minuscoli. Ma spesso sono proprio quelli che stavamo cercando.

Dove entra ChatGPT nella ricerca online

Poi è arrivata un’altra abitudine. Invece di cercare una frase e scegliere un risultato, possiamo direttamente fare una domanda. E poi farne un’altra. E correggere la prima.

“Non intendevo questo.”

“Fammi un esempio.”

“Confrontalo con l’altro.”

“Spiegamelo più semplicemente.”

“Va bene, ma nel mio caso?”

ChatGPT Search può cercare informazioni aggiornate sul web e restituire una risposta accompagnata dalle fonti. La differenza rispetto alla ricerca tradizionale è soprattutto nell’interfaccia: la ricerca può diventare una conversazione. Ed è probabilmente questo il passaggio che cambia maggiormente le nostre aspettative. Una volta accettavamo di adattarci al motore di ricerca. Adesso iniziamo ad aspettarci che sia il motore ad adattarsi alla nostra domanda.

Ma allora Google sta davvero perdendo importanza?

Qui arriviamo al punto nel quale è facile cadere nella profezia sensazionale.

“Google è finito.”

“ChatGPT ucciderà Google.”

“TikTok è il nuovo Google.”

Titoli perfetti. Peccato che la realtà sia più complicata. Google non sta semplicemente guardando questa trasformazione dall’esterno. Sta cambiando la propria Ricerca proprio nella stessa direzione. AI Overviews fornisce risposte generate dall’intelligenza artificiale direttamente nella pagina dei risultati. AI Mode permette di porre domande più complesse e continuare la ricerca in forma conversazionale.

Nel 2026 Google ha comunicato che AI Mode ha superato il miliardo di utenti mensili e che le query effettuate attraverso questa modalità sono più che raddoppiate ogni trimestre dal lancio. AI Overviews ha invece superato i 2,5 miliardi di utenti attivi mensili.

C’è un dato ancora più interessante: secondo Google, le nuove funzioni AI non stanno facendo cercare meno le persone. L’azienda afferma che le query complessive hanno raggiunto livelli record e che gli utenti stanno ponendo anche domande che prima probabilmente non avrebbero formulato. Quindi forse non stiamo assistendo alla morte della ricerca. Stiamo assistendo alla fine di un solo modo di cercare.

Google sta diventando più simile a ChatGPT e ChatGPT più simile a Google?

È qui che le cose diventano quasi paradossali. Google, nato come motore che ci mostrava pagine web, sta diventando sempre più conversazionale. ChatGPT, nato come assistente conversazionale, può cercare sul web e mostrare fonti aggiornate. Le due esperienze, pur restando diverse, si stanno avvicinando.

E nel mezzo continuano a esserci YouTube, Instagram, TikTok, Reddit, Maps, marketplace e tutte quelle piattaforme sulle quali ogni giorno cerchiamo qualcosa senza nemmeno pensare di stare effettuando una ricerca. Forse tra qualche anno ci sembrerà persino strano ricordare quando esisteva un unico punto dal quale iniziavamo quasi sempre.

Il problema non è più trovare informazioni. È capire quali meritano fiducia

C’è però un rovescio della medaglia. Abbiamo più possibilità di ricerca. Ma abbiamo anche più risposte da valutare. Il creator che consiglia un prodotto potrebbe essere sponsorizzato. La risposta su Reddit potrebbe essere completamente sbagliata. Un articolo potrebbe essere stato scritto solo per posizionarsi. Un contenuto generato dall’AI potrebbe contenere un errore. Una recensione potrebbe non essere autentica. Persino una risposta apparentemente molto sicura può richiedere una verifica. E così siamo arrivati a un paradosso curioso.

Per anni il grande problema di Internet era:

“Dove trovo questa informazione?”

Oggi, sempre più spesso, è:

“Di quale informazione posso fidarmi?”

E forse è proprio qui che siti, blog, giornalisti, esperti e creator possono ancora avere uno spazio enorme. Non necessariamente producendo più contenuti. Producendo contenuti che qualcuno abbia motivo di considerare affidabili.

Cosa significa tutto questo per chi ha un blog?

Se avete un blog, questa è probabilmente la parte più importante. Per anni abbiamo scritto pensando soprattutto a una cosa: posizionarci su Google, Keyword, Search intent, Title, H1, H2, Link interni, Backlink. Tutto ancora importante. Ma se oggi una persona può ottenere una risposta senza necessariamente partire dalla classica SERP, dobbiamo iniziare a farci una domanda diversa: perché qualcuno dovrebbe arrivare proprio sul mio sito? “Perché ho usato bene la keyword” non basta più. Se dieci articoli spiegano esattamente le stesse cose nello stesso ordine, il lettore ha pochissimi motivi per ricordarsi quale abbia letto.

Ed è qui che secondo me torna importante qualcosa che negli anni della SEO più meccanica abbiamo rischiato di dimenticare: avere qualcosa da dire. Un’esperienza. Un esempio. Un dato originale. Un’intervista. Una prova. Una fotografia propria. Un’opinione motivata. Una risposta che non sia semplicemente il riassunto dei primi cinque risultati della SERP.

Non è un caso che Google, mentre introduce sempre più intelligenza artificiale nella Ricerca, stia contemporaneamente lavorando per rendere più visibili nelle esperienze AI siti, fonti, contenuti originali e prospettive personali. Può sembrare una contraddizione. A me sembra invece un’indicazione piuttosto chiara. Più diventa facile generare una risposta, più acquista valore ciò che non può essere semplicemente rigenerato.

La SEO è morta? No, ma forse deve smettere di parlare soltanto a Google

Ogni volta che cambia qualcosa nella ricerca online arriva puntuale la stessa domanda:

la SEO è morta?

No. Ma sta cambiando ciò per cui ottimizziamo. Non esiste più soltanto la pagina di Google con dieci risultati. Esistono AI Overviews, AI Mode, motori conversazionali, social search, video, community e sistemi che selezionano fonti per costruire direttamente una risposta.

Per questo parlare oggi di SEO e intelligenza artificiale significa ragionare anche su autorevolezza, riconoscibilità, esperienza e capacità di diventare una fonte. La keyword rimane. Ma intorno alla keyword deve esserci qualcosa. Una voce.

Forse non abbiamo smesso di usare Google. Abbiamo smesso di usare solo Google

Ed eccoci di nuovo alla domanda iniziale. Google non ci basta più? Forse detta così è persino ingiusta. Perché Google continua a essere uno degli strumenti centrali attraverso i quali troviamo informazioni e sta cambiando molto velocemente proprio per adattarsi alle nuove abitudini. Quello che sembra essersi rotto è piuttosto l’automatismo.

Non pensiamo più necessariamente:

“Devo sapere una cosa, apro Google.”

Pensiamo:

“Dove posso trovare la risposta migliore a questa cosa?”

E la risposta dipende da quello che stiamo cercando. Voglio un dato? Una spiegazione? Un’esperienza? Un video? Un’opinione? Un confronto?

Una risposta costruita sulla mia situazione? Potrei iniziare ogni volta da un posto diverso. Ed è forse questo il cambiamento più grande della ricerca online nel 2026. Non abbiamo smesso di cercare. Anzi. Cerchiamo continuamente. Solo che ormai non esiste più una sola porta dalla quale entrare nel web.

E per chi quel web lo scrive, lo racconta o ci lavora dentro, forse la vera domanda non è più soltanto:

“Come faccio ad arrivare primo su Google?”

È diventata:

“Come faccio a diventare una fonte che valga la pena trovare, ovunque inizi la ricerca?”

POTRESTI VOLER LEGGERE ANCHE QUESTI:

Come cambieranno le nostre richieste sui motori di ricerca

Follow:

Ti piace L’Eco della Verità? Sceglilo come fonte preferita su Google.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.