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Perché salviamo centinaia di post sui social che probabilmente non leggeremo mai?

salvare post sui social
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Ho una confessione da fare: la sezione dei miei post salvati su Instagram è ormai un posto nel quale avrei bisogno di una mappa. Ci sono ricette che ero assolutamente convinta di voler preparare. Esercizi che avrei dovuto provare “domani”. Post sul blogging che mi sembravano troppo interessanti per lasciarli scorrere via. Ristoranti nei quali prima o poi andrò. Posti da visitare, libri da comprare, prodotti da ricordare, consigli da rileggere con calma.

Con calma. Probabilmente sono proprio queste due parole il problema. Perché quel momento tranquillo nel quale dovremmo sederci e riguardare tutto ciò che abbiamo diligentemente messo da parte quasi mai arriva. E così continuiamo a salvare post sui social.

Un Reel. Poi un altro. Uno screenshot. Un post. Una ricetta. Un carosello da dieci slide che in quel momento non abbiamo voglia di leggere ma che ci sembra troppo utile per perderlo. Premiamo “Salva” e proviamo una piccola sensazione di sollievo. Ecco, non l’ho perso. Ma lo ritroveremo davvero?

La domanda sembra banale. In realtà racconta qualcosa di molto interessante sul modo in cui utilizziamo Internet. Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che nessuna generazione prima della nostra ha avuto a disposizione e, forse proprio per questo, abbiamo sviluppato una nuova paura: lasciare andare un’informazione che un giorno potrebbe servirci.

Post salvati su Instagram: quando il social diventa un archivio

All’inizio la funzione “Salva” sembrava quasi innocua. Vedi qualcosa di interessante, non hai tempo di leggerlo, lo metti da parte. Perfetto. Il problema nasce quando quel gesto smette di essere una selezione e diventa un automatismo. Scorriamo Instagram mentre aspettiamo il caffè, siamo in fila alla posta, aspettiamo che inizi una riunione oppure siamo semplicemente sdraiati sul divano. Nel giro di pochi minuti veniamo raggiunti da una quantità impressionante di informazioni.

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Una ricetta proteica. Tre esercizi per la cervicale. “Cinque cose che devi sapere prima di andare a Tokyo”. Un libro che “ti cambierà la vita”. Il metodo definitivo per organizzare l’armadio. Un ristorante a Napoli che dobbiamo assolutamente provare. Un consiglio su ChatGPT. Un esercizio per gli addominali. Una frase che ci piace.

Salva.

Salva.

Salva.

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Il nostro profilo social finisce così per diventare una specie di enorme soffitta digitale. Solo che, a differenza della soffitta vera, non vediamo le scatole accumularsi. Non occupano spazio in casa. Non dobbiamo scavalcarle per raggiungere una finestra. Nessuno ci dice: “Forse dovresti buttare qualcosa”. E quindi possiamo continuare praticamente all’infinito. Il paradosso è evidente: salviamo per ritrovare, ma accumuliamo così tanto da rendere più difficile ritrovare.

Perché sentiamo il bisogno di salvare tutto?

Dietro quel piccolo gesto con il dito potrebbe esserci qualcosa di più della semplice comodità. C’è una frase che probabilmente conosciamo tutti:

“Non si sa mai, potrebbe servirmi.”

È la stessa frase che ci fa conservare un cavo di un telefono che non possediamo più, una scatola vuota particolarmente bella o quel vestito che non mettiamo dal 2019. Nel mondo digitale, però, il costo dell’accumulo sembra praticamente inesistente. Non dobbiamo scegliere. Ed è proprio qui che le cose diventano interessanti. Davanti a un contenuto utile abbiamo due possibilità: dedicarci tempo adesso oppure rischiare di perderlo.

Salvandolo creiamo una terza strada molto più comoda: non lo leggo adesso, ma non ci rinuncio. È una promessa fatta al nostro io futuro. Il problema è che il nostro io futuro sta ricevendo una quantità di compiti impressionante dal nostro io presente.

Dovrà leggere quei 40 articoli. Preparare quelle 27 ricette. Guardare i tutorial. Visitare i ristoranti. Comprare i libri. Provare gli allenamenti. Organizzare i viaggi. E magari imparare pure quella tecnica per piegare le lenzuola con gli angoli che abbiamo salvato tre mesi fa. A un certo punto bisognerebbe chiedergli scusa.

Information overload: forse abbiamo semplicemente troppe informazioni

C’è anche un’altra questione da considerare. Non siamo diventati improvvisamente tutti accumulatori. È cambiata soprattutto la quantità di informazioni che incontriamo ogni giorno. Apriamo Instagram e troviamo consigli. Passiamo a TikTok e ne troviamo altri. Google ci suggerisce articoli. YouTube ci propone video. Arrivano newsletter, notifiche, messaggi, podcast da ascoltare, libri consigliati, serie da vedere.

Ogni contenuto compete per pochi secondi della nostra attenzione. È quello che viene spesso definito information overload, o sovraccarico informativo: ci troviamo davanti a una quantità di informazioni superiore a quella che riusciamo realmente a elaborare.

E allora salvarle può sembrare una soluzione. Non posso occuparmene adesso? Lo metto da parte. Il problema è che domani arriveranno altre informazioni. E dopodomani altre ancora. Così quella lista delle cose che “guarderò quando avrò tempo” continua ad allungarsi molto più velocemente del tempo che abbiamo a disposizione per svuotarla.

Forse il vero lusso digitale oggi non è avere accesso a più informazioni. È riuscire a decidere quali meritano davvero la nostra attenzione.

Salvare un contenuto ci dà l’illusione di averlo già imparato?

Qui c’è un altro meccanismo curioso. Quando troviamo un contenuto interessante e premiamo “Salva”, abbiamo fatto qualcosa. Non siamo rimasti passivi. Abbiamo classificato quell’informazione come importante e l’abbiamo conservata. La ricetta? Ce l’ho. L’esercizio? Salvato. Il consiglio? Messo da parte. Solo che possedere l’accesso a un’informazione non significa averla acquisita.

È una differenza enorme. Posso avere cento ricette salvate e continuare a non sapere cosa preparare per cena. Posso avere cinquanta post sull’organizzazione personale e avere comunque una scrivania piena di fogli. Posso salvare decine di articoli su come migliorare la concentrazione mentre continuo a interrompere quello che sto facendo ogni tre minuti per guardare Instagram.

Il contenuto è lì. La conoscenza no. Ed è forse uno degli strani paradossi della nostra epoca: abbiamo una biblioteca praticamente infinita dentro un telefono, ma sempre meno tempo per fermarci davvero davanti a una pagina.

Dal decluttering della casa al decluttering digitale

Negli ultimi anni abbiamo imparato una parola che prima utilizzavamo molto meno: decluttering. Abbiamo imparato a svuotare armadi, cassetti, dispense. Prendi un oggetto, guardalo, chiediti se ti serve davvero. Se non lo utilizzi, lascialo andare. Eppure quasi nessuno applica lo stesso ragionamento allo smartphone. Provate, per curiosità, ad aprire la galleria fotografica. Quanti screenshot ci sono? Eviterei di rispondere troppo velocemente.

Ci sono schermate di conversazioni che non ricordiamo più perché avevamo salvato. Prodotti che volevamo comprare. Indicazioni stradali. Frasi. Biglietti. Vestiti. Ricette. Poi ci sono le fotografie. Cinque versioni praticamente identiche dello stesso tramonto. Dodici fotografie dello stesso piatto perché nella prima la luce non era giusta. Immagini sfocate. Biglietti aerei di viaggi già fatti. QR code scaduti da mesi. E naturalmente i social.

Instagram, TikTok, Pinterest, YouTube. Ognuno con la propria piccola montagna di cose da “guardare dopo”. Forse il decluttering digitale dovrebbe iniziare proprio da quella frase: dopo quando?

Quanti dei contenuti salvati utilizziamo davvero?

Questa domanda mi incuriosisce molto più di qualsiasi teoria. Perché possiamo parlare di sovraccarico informativo, accumulo digitale e nuovi comportamenti online, ma basta un esperimento molto semplice per capire il fenomeno. Aprite Instagram. Andate nei contenuti salvati. Scorrete indietro. Ancora. Ancora un po’. Ora fermatevi su qualcosa che avete salvato sei mesi fa. Lo ricordavate?

Lo avete utilizzato? Avete preparato quella ricetta? Siete andati in quel posto? Avete letto quel libro? Avete applicato quel consiglio? Probabilmente qualche volta sì. Ed è giusto dirlo: salvare contenuti è utilissimo quando esiste una ragione concreta per farlo. Io stessa utilizzo i salvati per ritrovare informazioni che mi servono, raccogliere idee e tornare su argomenti che voglio approfondire.

Il problema non è il pulsante. È la quantità. Quando tutto sembra abbastanza interessante da essere conservato, alla fine niente è davvero importante. È un po’ come evidenziare un intero libro con il pennarello giallo. Se sottolineiamo ogni riga, non abbiamo sottolineato nulla.

Digital hoarding: quando l’accumulo diventa digitale

Esiste un termine utilizzato negli studi sul comportamento digitale: digital hoarding, letteralmente accumulo digitale. Descrive, in senso ampio, la tendenza ad accumulare file, fotografie, email e altre informazioni digitali che facciamo fatica a eliminare anche quando non hanno più una reale utilità.

Negli ultimi anni il fenomeno è diventato particolarmente interessante perché il nostro rapporto con i contenuti digitali è cambiato. Non conserviamo più soltanto documenti. Conserviamo pezzi di Internet. Screenshot, Reel, conversazioni, link, video, post. Ma attenzione a non fare quello che sul web succede fin troppo spesso: trasformare qualsiasi comportamento quotidiano in una patologia.

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Avere 3.000 fotografie sul telefono non significa automaticamente avere un problema psicologico. Avere centinaia di Reel salvati nemmeno. Il termine digital hoarding è interessante soprattutto perché ci permette di osservare una nuova forma di accumulo: possediamo sempre meno oggetti fisici per alcune attività, ma accumuliamo quantità enormi di tracce digitali. E spesso non sappiamo più perché le abbiamo conservate.

Forse non abbiamo paura di perdere il post. Abbiamo paura di perdere la possibilità

C’è però un’altra spiegazione che trovo ancora più interessante. Forse quando salviamo qualcosa non stiamo conservando soltanto un’informazione. Stiamo conservando una possibilità. La ricetta rappresenta la persona che vorremmo essere quando mangeremo meglio. L’allenamento rappresenta la versione di noi che si allenerà con costanza. La destinazione di viaggio rappresenta il viaggio che potremmo fare. Il libro rappresenta quello che vorremmo leggere. La casa perfettamente organizzata rappresenta la casa che forse avremo.

Il corso salvato rappresenta qualcosa che potremmo imparare. In altre parole, le nostre cartelle digitali potrebbero essere piene non soltanto di contenuti. Potrebbero essere piene di versioni future di noi stessi. Ed è probabilmente anche per questo che cancellare certe cose è stranamente difficile. Non stiamo eliminando semplicemente un Reel. Stiamo rinunciando, anche solo simbolicamente, alla possibilità di fare quella cosa “prima o poi”. E quel “prima o poi” è uno spazio molto comodo. Non ha scadenze. Non richiede impegno. Può contenere praticamente tutto.

salvare post su Instagram
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Come smettere di accumulare contenuti senza smettere di essere curiosi

Non credo che la soluzione sia smettere di salvare. Sarebbe anche abbastanza assurdo. Internet è uno strumento straordinario proprio perché ci permette di incontrare informazioni che magari in quel momento non possiamo approfondire. Il punto potrebbe essere un altro: tornare a scegliere. Prima di salvare qualcosa potremmo farci una domanda molto semplice: “Quando penso di usarlo?” Non: “Potrebbe servirmi?” Perché praticamente qualsiasi cosa potrebbe servire. Quando? Questa settimana? Per un viaggio che sto realmente organizzando? Per un articolo che sto scrivendo? Per una ricetta che voglio preparare?Se non sappiamo rispondere, forse possiamo anche lasciarla andare. Un’altra possibilità è creare poche raccolte precise.

Non semplicemente “Ricette”, ma “Ricette da provare questo mese”. Non “Viaggi”, ma il nome della destinazione che stiamo realmente organizzando. Non “SEO”, ma “Fonti per articolo AI Mode”. La differenza sembra piccola, ma cambia completamente il senso del salvataggio. Un archivio serve se riusciamo a utilizzarlo. Altrimenti è semplicemente un magazzino.

Domande frequenti sui post salvati e sull’accumulo digitale

Perché salvo tutto sui social?

Spesso salviamo un contenuto perché ci interessa ma non abbiamo tempo di utilizzarlo immediatamente. Il gesto ci permette di rimandare la decisione e ci rassicura: sappiamo di poter ritrovare quell’informazione. Quando però questa abitudine diventa automatica, i contenuti salvati possono accumularsi molto più velocemente di quanto riusciamo a consultarli.

Che cos’è il digital hoarding?

Con digital hoarding si indica l’accumulo di grandi quantità di contenuti e informazioni digitali, come fotografie, file, email, screenshot, video e altri materiali che conserviamo anche quando non sappiamo più se ci saranno utili. Non significa automaticamente avere un disturbo: il termine viene utilizzato anche per studiare il nostro rapporto sempre più complesso con l’accumulo digitale.

Cos’è l’information overload?

L’information overload, o sovraccarico informativo, si verifica quando siamo esposti a una quantità di informazioni difficile da elaborare e selezionare. Social network, notifiche, video, articoli, newsletter e messaggi possono contribuire a questa sensazione di avere continuamente qualcosa da leggere, vedere o ricordare.

Come organizzare i post salvati su Instagram?

Può essere utile creare poche raccolte con uno scopo preciso e cancellare periodicamente ciò che non interessa più. Una raccolta legata a un progetto concreto è generalmente più facile da utilizzare rispetto a cartelle molto generiche nelle quali finiscono centinaia di contenuti.

E se provassimo a non salvare questo articolo?

Siamo arrivati alla parte ironica. Ho scritto quasi duemila parole per raccontare perché continuiamo a salvare contenuti che probabilmente non riguarderemo. A questo punto potrei chiudere dicendo: “Salva questo articolo per leggerlo più tardi.”

Sarebbe perfetto. E anche leggermente crudele. Facciamo il contrario. Se sei arrivato fin qui, apri per un momento una delle tue cartelle dei salvati. Guarda le ultime venti cose che hai messo da parte. Quante ti servono davvero? Quante avevi completamente dimenticato? E soprattutto: quante appartengono a quella misteriosa categoria chiamata “prima o poi”? Forse non dobbiamo conservare tutto quello che ci interessa.

Possiamo leggere qualcosa, sorridere, imparare una cosa nuova e poi continuare a scorrere. Senza salvarla. Senza fotografarla. Senza archiviarla. Perché Internet ci ha abituati all’idea che tutto debba rimanere disponibile. Ma forse una parte della nostra attenzione possiamo ancora permetterci di perderla.

E chissà che, proprio lasciando andare qualche contenuto, non iniziamo finalmente a utilizzare quelli che abbiamo deciso davvero di tenere.

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