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Oversharing: quando condividere troppo sui social diventa un problema

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Immagine modificata con IA

Prendi il telefono per pubblicare una foto. Una cosa veloce. Poi aggiungi una Story per dire dove sei, magari tagghi la persona che è con te. Più tardi racconti che hai avuto una giornata pessima, che hai litigato con qualcuno e che sei stanca di certi comportamenti. Non fai nomi, ma chi ti conosce probabilmente capisce benissimo di chi stai parlando.

Nel giro di poche ore hai raccontato dove sei stata, con chi, come ti senti e qualcosa della tua vita privata. Nulla di strano, apparentemente. I social servono anche a questo. Ma dove finisce la normale condivisione e dove comincia l’oversharing?

Il confine non è sempre facile da individuare. Soprattutto perché siamo ormai abituati a raccontare online una parte della nostra quotidianità. E quello che dieci o quindici anni fa avremmo confidato a un’amica davanti a un caffè oggi può diventare una Story vista da centinaia di persone.

Cosa si intende per oversharing

Oversharing significa condividere una quantità eccessiva, o particolarmente intima, di informazioni personali rispetto al contesto e alle persone alle quali ci stiamo rivolgendo. Può riguardare emozioni, relazioni, salute, famiglia, lavoro, denaro, sessualità o semplicemente dettagli della propria quotidianità.

Non esiste, però, un numero preciso di post oltre il quale scatta l’oversharing. Pubblicare dieci Stories al giorno non significa necessariamente condividere troppo. Al contrario, una sola Story potrebbe contenere informazioni che sarebbe stato meglio mantenere private. Il punto è cosa raccontiamo, a chi e in quale momento.

In psicologia esiste da molto tempo il concetto di self-disclosure, cioè il processo attraverso il quale comunichiamo ad altre persone informazioni private su noi stessi. La ricerca applicata ai social distingue diversi aspetti della condivisione, tra cui quantità, profondità e intenzionalità delle informazioni che riveliamo.

L’oversharing può avvenire anche fuori dai social. Pensiamo alla persona appena conosciuta che, dopo pochi minuti, ci racconta nei dettagli la fine del suo matrimonio. Oppure a un collega che condivide informazioni molto intime nonostante il rapporto sia ancora superficiale.

Online, però, cambia qualcosa: il pubblico può essere molto più grande. Raccontare una lite con il proprio compagno a un’amica non equivale a raccontarla davanti a 2.000 follower. Inoltre, spesso non stiamo condividendo soltanto informazioni che riguardano noi. Una fotografia può mostrare dove si trovano i nostri figli. Una Story può rendere riconoscibile una persona che non voleva comparire. Il racconto di una discussione può esporre indirettamente il partner.

E qui la domanda diventa più interessante: quando raccontiamo la nostra vita, siamo sicuri di raccontare soltanto la nostra?

Oversharing è sicurezza in sé stessi o ricerca eccessiva di attenzioni?

Chi racconta molto di sé è insicuro? Non necessariamente. Sarebbe comodo spiegare l’oversharing con una formula semplice: “pubblica tutto perché cerca attenzioni”. Ma il comportamento umano raramente funziona così. Una persona sicura di sé potrebbe sentirsi semplicemente a proprio agio nel parlare della propria vita. Potrebbe utilizzare i social per creare relazioni, raccontare esperienze o costruire una comunità intorno a interessi comuni.

La ricerca sulla self-disclosure online, infatti, non permette di ridurre il fenomeno alla scarsa autostima. Uno studio condotto su studenti universitari, per esempio, ha trovato una relazione positiva tra autostima e alcune forme di self-disclosure positiva sui social. È un risultato circoscritto a quel campione, ma sufficiente a ricordarci che “condivide molto = è insicuro” è una conclusione troppo facile.

In altri casi può esserci, invece, il bisogno di ricevere una risposta. Un like. Un messaggio. Qualcuno che chieda: “Che è successo?” Una conferma che quello che stiamo vivendo interessa a qualcuno. Dietro la condivisione possono esserci desiderio di appartenenza, bisogno di sentirsi ascoltati, ricerca di sostegno o semplicemente l’abitudine a trasformare ciò che accade in qualcosa da pubblicare.

E allora potrebbe essere utile farsi una domanda molto semplice:

Se nessuno potesse mettere like, commentare o reagire, condividerei comunque questa cosa?

Non è un test psicologico e la risposta non determina se abbiamo o meno un problema. Serve semplicemente a capire perché stiamo pubblicando.Se la risposta è “sì, perché mi piace raccontare questa parte della mia vita”, probabilmente abbiamo già un’informazione utile. Se invece ci accorgiamo che senza una reazione esterna quel contenuto perderebbe completamente senso, potremmo domandarci che cosa stiamo cercando davvero.

Come evitare di condividere troppo

Uno dei sistemi più semplici per ridurre l’oversharing non richiede di cancellare Instagram o trasformarsi improvvisamente in persone riservatissime. Basta introdurre una piccola distanza tra impulso e pubblicazione. Hai scritto una Story subito dopo una discussione?

Non pubblicarla ancora. Aspetta dieci minuti. Oppure un’ora. Poi rileggila. Quello che sembrava indispensabile raccontare mentre eri arrabbiato potrebbe improvvisamente sembrare molto meno necessario. Prima di premere “pubblica”, può essere utile farsi cinque domande: Perché voglio pubblicarlo? Con chi sto condividendo questa informazione?

Mi andrebbe bene se questa foto o questa frase fosse ancora online tra cinque anni? Sto raccontando anche qualcosa che riguarda un’altra persona? Lo pubblicherei comunque se nessuno potesse reagire?

Il problema non è vivere con la paura di ciò che potrebbe succedere online. È ricordarsi che, una volta condivisa un’informazione, il nostro controllo su di essa diminuisce.

Anche i contenuti apparentemente temporanei meritano attenzione. Una serie di studi sperimentali ha mostrato che proprio la percezione di temporaneità può ridurre le preoccupazioni legate alla privacy e favorire condivisioni più disinibite. Il fatto che un contenuto sia destinato a sparire, quindi, non significa che non possa produrre conseguenze o essere ricordato da chi lo ha visto.

E naturalmente esistono gli screenshot. Forse la regola più realistica è questa: prima di pubblicare qualcosa, immagina di non poter più decidere chi la vedrà in futuro. Ti sentiresti comunque tranquillo?

Condivido dunque sono

“Penso, dunque sono”. Se Cartesio avesse avuto Instagram, qualcuno probabilmente avrebbe trasformato il suo celebre cogito ergo sum in un più contemporaneo: Condivido, dunque sono.

Una cena non è semplicemente una cena. Prima arriva la foto. Un tramonto dura pochi minuti, ma uno di quei minuti viene trascorso cercando l’inquadratura giusta. Partiamo per un viaggio e quasi automaticamente raccontiamo dove siamo. Ci alleniamo e registriamo l’allenamento. Riceviamo una buona notizia e pensiamo a come comunicarla. Perfino i momenti difficili possono trasformarsi in contenuto. Non significa che ci sia necessariamente qualcosa di sbagliato.

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I social hanno cambiato il modo in cui costruiamo e raccontiamo la nostra identità. Ci permettono di mantenere relazioni, trovare persone con interessi simili ai nostri, condividere esperienze e ricevere sostegno. La self-disclosure, del resto, esisteva molto prima di Instagram. È cambiata soprattutto la platea. E forse anche la velocità.

Un tempo potevamo vivere qualcosa e raccontarlo successivamente. Oggi possiamo raccontarlo mentre lo stiamo vivendo. Da qui nasce una domanda un po’ scomoda: Un’esperienza sembra meno reale se non viene condivisa? Prova a pensare all’ultima volta che hai fatto qualcosa di bello senza pubblicare nulla. Nessuna foto. Nessuna geolocalizzazione. Nessuna Story. Ti è sembrato strano?

Se sì, non significa che tu abbia un problema. Significa semplicemente che pubblicare è entrato nelle nostre abitudini. Il confine interessante è un altro: quello tra “voglio raccontarlo” e “ho bisogno di raccontarlo”. Nel primo caso la condivisione accompagna l’esperienza. Nel secondo rischia di diventarne una parte necessaria.

Ed è forse qui che il “condivido dunque sono” assume un significato diverso. Non pubblichiamo più soltanto per raccontare ciò che abbiamo vissuto. A volte la reazione degli altri entra nel modo in cui valutiamo ciò che abbiamo vissuto. La domanda allora non è se dobbiamo smettere di pubblicare. È molto più semplice: quanto della nostra vita vogliamo che esista anche fuori da noi?

3 consigli per evitare l’oversharing

1. Aspetta prima di pubblicare

Le emozioni forti sono pessime consulenti social. Se sei arrabbiato, deluso, euforico o molto triste, scrivi pure ciò che vorresti pubblicare. Ma lascialo nelle bozze. Tornaci dopo. La distanza temporale permette di distinguere meglio ciò che desideriamo davvero condividere da quello che volevamo semplicemente gridare in quel momento.

2. Immagina un destinatario diverso

Hai preparato il post e stai per pubblicarlo. Immagina che venga letto da un collega. Da tua madre. Dal tuo ex. Da un futuro datore di lavoro. Oppure semplicemente da una persona che non conosce nulla del contesto. Ti senti ancora a tuo agio? Non significa che dobbiamo costruire la nostra presenza online pensando continuamente al giudizio altrui. Serve piuttosto a ricordare che sui social il pubblico reale può essere diverso dal pubblico che immaginiamo.

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3. Conserva qualcosa solo per te

Non tutto deve diventare contenuto. Puoi mangiare un piatto bellissimo senza fotografarlo. Puoi vivere una giornata speciale senza documentarla. Puoi raggiungere un obiettivo senza comunicarlo immediatamente. Puoi essere innamorato senza dover dimostrare online quanto lo sei. Avere una parte della propria vita che non ha spettatori non significa nascondersi. Significa semplicemente mantenere uno spazio privato.

Se condivido troppo potrei essere un ADHD?

Partiamo dalle parole. Non si “è un ADHD”. L’ADHD, o disturbo da deficit di attenzione/iperattività, è un disturbo del neurosviluppo. Una persona può avere l’ADHD o riceverne una diagnosi. E no: fare oversharing non significa avere l’ADHD. Il dubbio nasce probabilmente dal fatto che l’ADHD può comprendere difficoltà legate all’impulsività e al controllo del comportamento. Negli adulti i sintomi possono manifestarsi in modi differenti rispetto all’infanzia e possono riguardare, tra le altre cose, attenzione, organizzazione e controllo del comportamento.

Una persona particolarmente impulsiva potrebbe, per esempio, parlare o pubblicare prima di aver valutato pienamente le conseguenze. Da qui nasce la possibile associazione con alcune forme di oversharing. Ma attenzione al salto logico.

Dire:

“L’impulsività può favorire una condivisione poco meditata”

non equivale a dire:

“Chi condivide troppo ha l’ADHD”.

Sono due affermazioni completamente diverse. L’oversharing da solo non permette di diagnosticare nulla. Per una diagnosi di ADHD occorre una valutazione molto più ampia della storia della persona, dei sintomi e del loro impatto sulla vita quotidiana. Non esiste un singolo comportamento o un semplice test online capace di stabilirla. Il CDC raccomanda, quando esiste un dubbio concreto, di rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.

Quindi, se ogni tanto pubblichi qualcosa e cinque minuti dopo pensi “forse questo potevo tenermelo per me”, non trasformare automaticamente quella Story in una diagnosi. Può essere semplicemente una Story di troppo.

Prima di pubblicare, prova a chiederti perché

Forse il punto dell’oversharing non è stabilire quante cose possiamo raccontare prima di aver condiviso “troppo”. Ognuno ha una soglia diversa. C’è chi racconta pubblicamente quasi tutto e si sente perfettamente a proprio agio. C’è chi considera privata perfino una fotografia delle proprie vacanze. La domanda utile è un’altra: sto scegliendo di condividere oppure sto reagendo all’impulso di farlo?

Non dobbiamo smettere di raccontarci. Possiamo semplicemente scegliere cosa raccontare, a chi e perché. E la prossima volta che avrai il dito sul pulsante “pubblica”, prova per un secondo a immaginare un social senza cuori, visualizzazioni, commenti e notifiche.

Se sapessi che nessuno potrebbe mettere like, commentare o reagire a ciò che stai per pubblicare, avresti ancora voglia di condividerlo?

FAQ sull’oversharing

Cosa significa fare oversharing?

Fare oversharing significa condividere informazioni personali in quantità o con un livello di intimità eccessivo rispetto al contesto o alle persone che le ricevono. Può accadere sui social, ma anche nelle conversazioni quotidiane. Non conta soltanto quanto raccontiamo: conta soprattutto cosa, con chi e perché lo raccontiamo.

Perché sento il bisogno di raccontare tutto?

Non esiste una causa unica. Raccontarsi può servire a creare relazioni, esprimersi, ricevere sostegno o sentirsi parte di un gruppo. In alcuni momenti possiamo anche cercare conferme o attenzione. Sentire il desiderio di condividere, da solo, non permette quindi di stabilire che esista un problema psicologico.

Come capire se sto condividendo troppo sui social?

Un piccolo segnale può essere il pentimento frequente dopo aver pubblicato qualcosa. Può aiutare chiedersi se saremmo tranquilli sapendo che quel contenuto potrebbe essere visto fuori dal pubblico che avevamo immaginato. Se la risposta è no, forse vale la pena fermarsi prima di pubblicare.

Oversharing e ADHD sono collegati?

Possono esserci alcuni punti di contatto, soprattutto quando entra in gioco l’impulsività. Ma l’oversharing non è sufficiente per ipotizzare o diagnosticare l’ADHD. L’ADHD comprende un insieme di sintomi e richiede una valutazione professionale; condividere troppo online, preso isolatamente, può avere moltissime altre spiegazioni.

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